Archivi tag: tradizione

Bevagna – La città delle Gaite

Ben ritrovati Wander Travelers e… benvenuti a Bevagna!

Qualche anno fa mi capitò per caso di trovarmi a girovagare per la valle umbra, e sempre per caso arrivai a Bevagna.

Avendo un’oretta libera decisi di parcheggiare la macchina e fare quattro passi per questo piccolo borgo umbro (poco più di 5000 abitanti) situato a pochi km da Foligno.

La morale della favola fu che arrivai in ritardo di un’ora all’appuntamento che avevo, tanto era il piacere di girare per gli splendidi vicoli o lungo il fiume che cinge Bevagna.

Da quel giorno, almeno una volta l’anno, torno e mi godo un pomeriggio di piacere e di relax che solo questo posto riesce a dare.

Andiamo con ordine…

Bevagna (Bevania è il suo nome storico) è facilmente raggiungibile dalla superstrada E45 (Foligno nord).

Ognuno di voi, una volta arrivato nei pressi della cittadina, è libero di parcheggiare dove vuole; le indicazioni che fornirò, potranno essere utilizzate qualsiasi sia il vostro punto di partenza.

Il mio tour partirà dalla parte sud est della città, nei pressi di un ponte che attraversa il bellissimo Clitunno, in cui le massaie di un tempo lavavano i vestiti, come testimoniano i lavatoi che potete scorgere alla sinistra del ponte.

tag:"Bevagna"
Il Clitunno – foto di Sergio Speziali

Appena oltrepassato il ponte, vi ritroverete in una piazzetta; attraversatela e imboccate la via a sinistra.

Percorsi pochi metri, vi ritroverete subito in piazza Silvestri, il centro pulsante della città sin dai tempi del medioevo.

Di solito le piazze delle cittadine umbre, possiedono una loro simmetria rispetto ad edifici o chiese “principali”. Piazza Silvestri è fortemente asimmetrica rispetto ai palazzi e le chiese che si affacciano su di essa, rendendola unica nel suo genere e intrigante a prima vista.

Su di essa affacciano i principali monumenti della città; Palazzo dei consoli, la chiesa di San Silvestro e la chiesa di San Michele, tutti edifici costruiti prima del 1300.

tag:"Bevagna"
Piazza Silvestri e chiesa di San Michele – foto di Sergio Speziali

Da qui imboccate il corso principale di Bevagna, corso Giacomo Matteotti e percorretelo fino all’incrocio con via Crescinbeni, gustandovi i negozi di prodotti tipici, sia gastronomici che artigianali, che insistono su di esso.

Una volta arrivati all’incrocio, imboccate via Crescinbeni.

Percorsi pochi passi, vi ritroverete in piazza Garibaldi e davanti a voi si aprirà la vista di Porta Cannara, forse la porta d’accesso più bella della città, costruita nel XIII secolo e ancora intatta.

Uscite dalla porta e andate a sinistra, costeggiando le splendide mura medievali erette a difesa della città; da una parte la storia, dall’altra la natura; what else?

Rientrate in città per via ponte delle tavole e dirigetevi di nuovo verso corso Giacomo Matteotti , visitando vicoli e vicoletti, in base alla vostra ispirazione.

Tornate in Piazza Silvestri, attraversatela e imboccate corso Amendola.

Una volta percorsa la via, vi consiglio di uscire ed ammirare Bevagna e le sue mura da via Gaita di Porta San Pietro.

Il contrasto tra l’opera dell’uomo e la bellezza della pianura è affascinante; rimanete il tempo necessario per permettere alla vostra immaginazione di catapultarvi nel medioevo.

Siete dei soldati che devono assediare e conquistare Bevagna, e vi trovate davanti a queste mura, con arcieri che vi scoccano contro frecce e olio bollente che vi attende all’ingresso delle porte… Non era facile, non credete?

Tornate in corso Amendola, che diventa ben presto via santa Maria. Percorretela tutta e vi ritroverete al punto di partenza del nostro tour.

Se dovessi consigliarvi il momento migliore per visitare Bevagna, non avrei alcun dubbio su cosa dire: Giugno.

Perché? Tre semplici parole… MERCATO DELLE GAITE.

L’Umbria è ricchissime di bellissime rievocazioni, come ad esempio il Calendimaggio di Assisi, o i ceri di Gubbio.

Le gaite sono sicuramente una delle rievocazioni più fedeli alla storia e suggestive di tutto il nostro territorio

Gaita è una parola derivante dal longobardo “watha” e significa guardia, termine con cui son chiamati i quattro quartieri in cui è suddivisa la città.

La divisione in quartieri è attestata dalle carte comunali risalenti addirittura al XVI secolo.

Sulla base di questo testo, durante la rievocazione storica, si ricreano i momenti più rappresentativi della città, con le magistrature cittadine, gli antichi mestieri e il modo di vivere di un tempo.

Addirittura dagli statuti si ricavano le modalità di produzione dei principali prodotti locali, le tecniche di macellazione degli animali, il funzionamento dei forni, dei mulini, la modalità di vendita delle merci e l’organizzazione dei pesi e delle misure.

Tutto questo è fedelmente riprodotto dai cittadini di Bevagna, con una maestria e una bellezza unica in Italia.

In poche parole Bevagna, durante le gaite, torna indietro di cinquecento anni e vi permette di assaporare la vita di un tempo.

tag:"Bevagna"
Un mangiafuoco in azione alle gaite – foto di Sergio Speziali

Il momento clou di tutta la manifestazione è sicuramente il giorno del mercato, che si sviluppa all’interno dei quattro rioni.

il mercato è un mercato vero e proprio, in cui potrete acquistare merci di ogni genere, tutta rigorosamente fabbricata dagli artigiani che vi trovate davanti.

Il più bel souvenir di questo viaggio, lo troverete sicuramente tra i banchi medievali del mercato delle gaite.

Se volete saperne di più su questa bellissima manifestazione, vi consiglio di visitare il sito ufficiale

www.ilmercatodellegaite.it

Credo che queste poche parole vi debbano aver invogliato a visitare questo bellissimo borgo, immerso nella pianura della valle umbra, sede un tempo di paludi e acquitrini.

Che aspettate? Ci vediamo a Bevania!!

STAY WANDER!!!

Calendimaggio – Assisi festeggia la primavera

“Nonno, mi racconti il Calendimaggio?”

“Francesco, il Calendimaggio non si può raccontare; per ogni assisano è diverso, ognuno lo sente a modo suo e lo vive a modo suo.”

“… nonno, allora mi puoi raccontare il tuo Calendimaggio?”

“Si… Questo lo posso fare; siediti che ti racconto la più intensa avventura che ho avuto la fortuna di vivere in vita mia.”

“Intanto, prima di tutto è importante conoscere la storia di quest’antichissima festa; la conosci Francesco? Sai quando nasce il Calendimaggio?”

“No nonno, non lo so proprio.”

“Il Calendimaggio ha origini pagane, che celebravano con diversi riti il ritorno della primavera.”

“Nonno che cosa sono le pagane?“

“ Pagano non è una cosa Francesco, bensì una parola che raccoglie tutte quelle religioni che venerano più di un dio insieme, a differenza del cristianesimo, in cui si venera un solo Dio.”

“ok ho capito”

Prima del popolo assisano c’erano altre popolazioni che abitavano questi luoghi, tra cui gli umbri, la più antica popolazione che abbia mai vissuto in queste terre. Il loro amore per la vita era talmente forte che dovevano celebrarlo in qualche modo; quale periodo migliore se non l’inizio della primavera, dove ogni cosa rinasce a vita nuova?

Essi ballavano, cantavano, bevevano e recitavano poesie create proprio per rendere omaggio alla primavera appena iniziata.”

“Anche San Francesco in giovinezza era un ottimo compositore di canti e poesie sai?”

“Ma San Francesco quello famoso?”

“Si proprio lui; inoltre, in questo periodo i versi composti presero il nome di canzoni di maggio, che erano decantate da brigate di giovani in giro per la città.”

“Nonno, anche San Francesco faceva le gare con l’altra parte?”

“ Non credo perché la sua fede, lo portò lontano dalle competizioni pagane e dai giochi popolari.

Fu però questo il momento in cui si formarono per la prima volta le due parti storiche di Assisi; La Nobilissima parte de Sopra e la Magnifica parte de Sotto.

tag:"calendimaggio"
La divisione della città nelle due parti: in rosso la parte de Sotto, in blu la parte de Sopra

Questa divisione è dovuta al fatto che Assisi era governata da due potenti famiglie; la parte de sopra era governata dalla famiglia Nepis, mentre la parte de sotto dalla famiglia Fiumi.“

“Ma erano amici?”

“Direi di no Francesco, tutt’altro… Però anche durante questo periodo di lotte civili, si mantenne vivo il desiderio di celebrare il Calendimaggio.”

“Ma i giochi sono stati sempre questi?”

“I giochi, cosi come lo svolgimento della festa è profondamente cambiato nel corso dei secoli, fino a raggiungere, nel 1954, la forma che tuttora è in vigore.”

“Nonno, ma perché tutti i giochi si svolgono in piazza?”

“Piazza del comune è l’unico punto della città che non appartiene a nessuna parte; è il campo neutro dove ci si sfida, anche se non tutte le sfide si svolgono li.

tag:"calendimaggio"
Il logo del calendimaggio

Ad esempio il corteo della sera si svolge in giro per la città, tra un vorticare di luci, suoni ed emozioni che solo la notte può darti. Le ombre tremolanti alla luce delle torce e i fuochi utilizzati per la sfilata lasciano tutti sempre senza fiato. Altro tassello importante sono le scene, realizzate in luoghi caratteristici della parte de sopra e della parte de sotto. I partaioli diventano  attori, interpretando la vita dei loro avi,  facendo rivivere il passato medievale di questa gloriosa città ad un gruppo di giudici, che ogni anno cambia e che alla fine del palio, grazie ai loro voti, decreteranno la parte vincitrice. Le scene sono molto importanti ai fini della gara poiché valgono un punto su tre disponibili.

“Nonno, chi è Madonna Primavera?”

“Madonna Primavera è una damigella, della parte de sopra o della parte de sotto, eletta dopo le sfilate dei cortei delle parti e dopo le tre prove di forza ed abilità tra Sopra e Sotto. Le gare consistono nel tiro alla fune, la corsa con le tregge e il tiro con la balestra. La parte che vince almeno due delle tre prove potrà eleggere una damigella tra le cinque selezionate in precedenza… Inoltre la parte vincitrice avrà diritto a rappresentare per prima le scene l’anno successivo”

“La nonna è mai stata Madonna Primavera?”

“… Tua nonna è stata la più bella Madonna primavera che io avessi mai visto; quando fu eletta, ero un giovane balestriere della parte de Sotto; purtroppo perdemmo la gara e Madonna primavera fu scelta tra le damigelle della parte de Sopra. Mai sconfitta fu più dolce… Me ne innamorai subito e promisi a me stesso che quella ragazza sarebbe diventata mia moglie…”

“Sei un uomo di parola nonno…”

“ahahahah assolutamente si Francesco”

“Nonno ma qual è la sfida più importante di tutte?”

“Francesco, non esiste una sfida più importante; a loro modo sono tutte importantissime e speciali, soprattutto per chi ci lavora o si prepara per farle riuscire al meglio; se devo dare un giudizio, il corteo del giorno è l’apice massimo della sfida; le due parti sfilano raccontando storie e vicende, anche di fantasia, ma pur sempre collegate alla narrativa medievale, con tantissimi effetti scenografici e coreografie. Lo spettacolo è assicurato”

“Dopo il corteo finisce la gara?”

“Assolutamente no. La sera avviene l’ultima sfida, quella canora. Ogni parte canta tre brani, di cui uno in comune e gli altri due liberi. Gli spettatori ascoltano rapiti queste melodie che non si sentono alla radio, ma che ti trasportano direttamente nel 1300.”

“Grazie nonno, mi hai spiegato come si svolge il Calendimaggio… però ancora non mi hai detto cos’è per te…”

“Francesco, il Calendimaggio è la mia anima.

Il mio Calendimaggio è amicizia, competizione e rispetto, vittoria e sconfitta.

Il mio Calendimaggio è creatività e ingegno.

Il mio Calendimaggio sa di porchetta consumata in taverna o alla luce tremolante delle torce accese in città.

Il mio Calendimaggio è attesa spassionata per vivere quei quattro giorni di competizione.

Il mio Calendimaggio sono le 5 di mattina a bere vino e a cantare dopo aver vinto.

Il mio Calendimaggio è famiglia e amore.

Il mio Calendimaggio è il primo vestito comprato a tua mamma per poter sfilare e vedere il suo viso pieno di orgoglio nel portare i colori della nostra parte.

Il mio Calendimaggio siete tu e tua sorella, che siete entrati di diritto nella grande famiglia dei partaioli.

Ma soprattutto, il mio Calendimaggio è:

“Popolo de Ascesi noi Maestro de Campo, avvalendoci dei pieni poteri conferitici, udito lo parere dell’eletto collegio dei giudici ai quali abbiamo demandato lo compito di indicarci quale delle due parti abbia raggiunto maggior lode nella cavalleresca contesa per lo saluto alla nascente Primavera, mentre esprimiamo alle Parti la nostra incondizionata riconoscenza per l’alta prova morale e civica espressa in questa contesa, degna delle più nobili tradizioni della nostra città, assegnamo lo Palio de Calendimaggio alla parte de …..”

La Torta di Pasqua… e il saggio impastatore

C’era una volta un impastatore e la sua torta di Pasqua…

Si… proprio così deve iniziare un racconto sulla nostra torta, come una bella favola.

Certo, non sempre chi si cimenta con la preparazione della torta di Pasqua potrà godere di un lieto fine.

La realizzazione non è affatto semplice ed errori e intoppi sono sempre in agguato.

Siamo certi, però, che ognuno di noi ha impresso nella memoria le immagini delle mani esperte di nonne e nonni, donne e uomini di casa, che lavorano quell’impasto ricco, giallo, molle e difficile da domare.

Eppure quegli impastatori intrepidi, dopo tanta fatica, riuscivano a sistemare la massa rilassata, rustica o pirlata, nei cocci o negli stampi di alluminio per farla cresce e poi cuocere.

Insomma il racconto della torta di Pasqua è un’avventura, un pò magica direi… così magica che non esiste ricetta!

Ebbene si avete capito, non esiste “LA RICETTA”, solo un impasto da interpretare a proprio piacimento.

Forse è proprio questa la bellezza della torta, che a noi umbri fa pensare solo ad una cosa: la Pasqua.

Alle meraviglie di questa favola, fatta di cultura e tradizione cristiana, da voce e gusto Andrea Pioppi professionista stimato in tutto il territorio regionale e nazionale.

Andrea ama definirsi un libero impastatore ma non solo di farine…

“La vita è come un impasto” dice sempre, e la torta di Pasqua è la storia di tante famiglie umbre, è il giorno di Pasqua, è l’emozione di stare assieme per impastare, faticare per ricreare il tepore del ritrovarsi in famiglia.

Vi invito a curiosare sul sito www.andreapioppi.it e vi assicuro che ne rimarrete stupiti!

Partiamo allora per la nostra avventura..

C’era una volta un impastatore che, arrivato il giovedì santo, si mise all’opera per donare alla sua famiglia e al vicinato, la magia della torta per la colazione di Pasqua.

Aspettò fino a sera e, arrivato il tramonto, prese 500 g di farina (manitoba), 250 g di acqua naturale e 5 g di lievito di birra.

Sciolse il lievito nell’acqua facendo attenzione a non perderne nessun grammo!!

Poi fece scendere a pioggia la farina sull’acqua e iniziò ad amalgamare il tutto creando un impasto un po’ slegato, lavorandolo finché la farina non si vide più.

Ecco qui, la biga è pronta!

L’impastatore, prima di coricarsi, mise la biga a maturare ben chiusa al caldo e al buio, (tra 18° e 24°).

Migliaia di funghi lavorarono per lui nelle successive 12-18 ore.

Dopo una riposante dormita, la mattina del venerdì santo l’impastatore riprese il lavoro…

La biga è matura e pronta ad iniziare l’impresa! Innanzitutto occorre un chilo di farina.

Vi chiederete… “Quale tipo?” A seconda di quello che la vostra favola o la vostra tradizione consiglia.

Io sceglierei 70% di farina manitoba e 30% di semola di grano duro rimacinata, un tocco di morbidezza assicurato!

Ma un buon mix può essere anche 500 g di manitoba sapientemente miscelato con il corrispettivo di farina “0” o “00”.

Servirono poi 700 g di uova circa a temperatura ambiente, 35 g di sale, dai 30 ai 50 g di lievito fresco.

In seguito entrò in scena la compagnia dei grassi e dei formaggi: 300 g di burro o strutto, 100 g di olio evo, 200 g di grana padano, 400 g di romanesco.

Ok ci siamo quasi, basterà tenere pronti 400 g di padano o reggiano e 500 g di emmental tagliato a tocchetti.

Tutto rigorosamente usato a temperatura ambiente.

A questo punto qualcuno si sentirà già sazio o appesantito dalla lista degli ingredienti, ma se sarete coraggiosi e proseguirete il racconto, scoprirete le mille strade e sfide che la torta di Pasqua può mettervi di fronte.

In fin dei conti questo impasto nasce per celebrare la fine del periodo di digiuno che la quaresima imponeva.

Ecco spiegato il perché di tutto questo ben di Dio in un’unica torta!

Ma ripartiamo con il nostro racconto..

L’impastatore prese allora dal suo nascondiglio la biga matura e iniziò a spezzettarla, versandoci sopra circa 100 g di acqua tiepida, e aggiunse il lievito previsto.

Le sue mani esperte lavorano la massa aiutandosi con due spatole.

Aggiunse le uova, i primi 500 g, fino ad ottenere un impasto cremoso. Ma un impastatore saggio sa rispettare il riposo della sua pasta e la lasciò lì a rilassarsi per una quindicina di minuti…

Tornò all’opera per aggiungere la farina, il sale e aggiustò l’impasto con le restanti uova.

Il lavoro proseguì incalzante, con fasi di impasto e di riposo, impasto e riposo, finché ottenne una pasta omogenea e compatta, ma morbida e un pò appiccicosa.

Non restava che aggiungere il formaggio grattugiato utilizzando la tecnica delle pieghe di rinforzo.

Ancora lavoro e riposo, lavoro e riposo…

Pensate sia finita? Non per il nostro impastatore!! Prese i grassi che aveva scelto e iniziò ad incorporarli.

Decise di agire in tre fasi in cui osservò sempre l’alternanza lavoro e riposo perché la sua torta non fosse stressata! [..in fin dei conti è Pasqua… prendiamoci un pò di tempo per noi e le nostre torte!! ]

L’impastatore si preparò all’ultima fatica… introduzione del formaggio a tocchi.

Grazie alla tecnica delle pieghe e rispettando i tempi della sua creatura, incorporò tutto il buon formaggio a pezzetti nel suo impasto prezioso.

L’impastatore si concesse allora un sospiro di soddisfazione…

Ma l’impresa era tutt’altro che conclusa…

Iniziava appena la terza parte di questa lunga storia.

Dopo la riuscita della biga, dopo essere riuscito a non stressare la massa, l’impastatore individuò lo stampo ideale e il posto giusto per far lievitare le proprie creazioni.

E voi cosa sceglierete? Coccio come una volta? Alluminio come si fa comunemente ora? Stampo in silicone, o pirottini come le ultime tecnologie dei materiali ci propongono??

Non so.. scegliete cosa credete sia meglio per la vostra torta.

A questo punto la memoria va al ricordo di mia nonna che nascondeva le torte tutte belle infagottate dentro una madia nel sottotetto della sua mansarda…

Da piccolina quella era per me come la stanza più remota della torre più alta del castello.

Beh si… mi sembra adeguato come posto per la lievitazione di una pasta gialla e ricca come la corona di un re.

Chi non avesse una stanza remota nella torre più alta del castello… insomma se non avete idea di dove porre le vostre creature, un impastatore saggio vi consiglierebbe di prendere delle buste di plastica alimentare per ottenere un’ottima camera di lievitazione! (28°-32°)

Ponetele all’interno di un mobile in cucina belle coperte e tutto dovrebbe filare liscio… spero!

L’impastatore poté finalmente riposarsi avendo posto le sue torte al calduccio.

Sapeva che ora il tempo avrebbe fatto la magia…

Il riposo, il tempo, la lentezza.

Il giorno seguente, il sabato santo, arrivò il momento della cottura.

Di buon mattino, l’impastatore si svegliò e diede il buongiorno alle sue torte scoprendo che, nella notte, avevano raddoppiato il loro volume ed erano pronte per essere infornate.

Sapeva che a breve la sua cucina si sarebbe impregnata del profumo della Pasqua.

A questo punto le storie possono prendere tante strade diverse che porteranno verso finali unici nel loro genere… e nel loro sapore.

La fase della cottura è un momento catartico della storia…

i forni, i tipi di stampi, le grandezze e il numero delle torte da cuocere faranno sì che ogni avventura possa sorprendervi con mille sfaccettature diverse.

In bocca al lupo per le vostre scelte.

L’impastatore prese la sua torta da 500 g e la ripose nel forno casalingo che aveva preriscaldato a 200°.

Abbassò allora la temperatura a 180° e lasciò che la magia in circa 30 minuti si compisse.

.. e fu subito Pasqua…

tag:"torta di pasqua"
La torta di Pasqua che, da tradizione, va consumata la mattina di pasqua con capocollo e uova

Panpepato – La Tradizione Ternana a Tavola

Ben ritrovati Wander Travelers. Nella settimana dei festeggiamenti di San Valentino, abbiamo pensato di proporvi una ricetta direttamente dalla tradizione gastronomica ternana: il panpepato.

Il Pampepato o Panpepato ternano, è preparato sin dal XVI secolo. Il dolce è arrivato in Italia dal lontano Oriente, con le carovane che trasportavano le spezie.

Poi, dato che quando si parla di cucina “Italian’s do it better”, abbiamo arricchito la ricetta originale con i magnifici prodotti della nostra terra come le noci, gli agrumi, un goccino di alcool, la cioccolata….

A Terni, per la preparazione del panpepato, utilizzano il mosto cotto, che viene imbottigliato appositamente per l’occasione, e che conferisce alla ricetta quella spinta in più.

Tradizione vuole che l’8 Dicembre in Italia sia il giorno deputato alla costruzione dell’albero. Frotte di papà (o di mamme molto molto coraggiose) scendono nei garage e risalgono (con aria trionfante, di chi è andato all’inferno e riuscito a sopravvivere) portando 40000 pacchi di luci, lucine, palle e l’immancabile abete di plastica.

A Terni, l’8 Dicembre è il giorno del panpepato (se avanza tempo si fa anche l’albero). La tradizione vuole che almeno un esemplare rimanga integro e venga consumato il 14 Febbraio, giorno in cui Terni festeggia il suo patrono San Valentino.

Siete pronti a preparare il panpepato?

La ricetta mi è stata data da Pietro, un ragazzo di Terni che gioca a rugby a Perugia. Pietro è andato da sua nonna che, come tutte le nonne, sono le vere enciclopedie della tradizione e della cultura popolare. Il nostro compito è quello di riversare in digitale il loro sapere orale. La signora Dina ci ha svelato la sua ricetta; da questo momento, diventate depositari di un sapere che si tramanda da generazioni nelle famiglie ternane, con piccole differenze tra ricetta e ricetta (ogni nonna ha la “sua” ricetta, quelle degli altri non sono buone come la propria).

Quello che più mi è piaciuto della ricetta è che non si ragiona “a persone”, ma a “noci sgusciate”.

Ingredienti per 500 gr di noci sgusciate:

  • Caffè 6 tazzine
  • Canditi 400 gr
  • Uva passa 600 gr
  • Miele 500 gr
  • Pinoli 100 gr
  • Nocciole 200 gr
  • Mandorle 200 gr
  • Cioccolata fondente (da sciogliere nel caffè) 900 gr
  • Cacao dolce 1 bustina
  • Vaniglia 4 bustine
  • Noce Moscata (a vostro piacimento)
  • Liquore (quello che più vi piace, ad esempio caffè sport, vermuth ecc..)
  • Mosto cotto 500 ml
  • Pepe 15 gr
  • Farina (quanto basta)

Mettere in ammollo (acqua tiepida) l’uvetta. Tritare grossolanamente le mandorle e le nocciole.

Successivamente, mescolare i canditi con l’uvetta, le mandorle, le nocciole e i pinoli. Aggiungere il cioccolato, il caffè, la vaniglia, il pepe e le spezie. Versare il miele (scaldatelo un po’ prima in modo da renderlo morbido) nel recipiente e mescolare. Contestualmente, aggiungere il liquore che avete scelto.

Dopo il liquore è il momento dell’ingrediente segreto; aggiungete il mosto cotto.

A questo punto aggiungere farina, in modo da amalgamare il composto. La farina serve a dare consistenza, quindi mettetene finchè la consistenza non è di vostro gradimento.

Una volta amalgamato l’impasto, formare delle palline e metterle in una teglia ricoperta con la carta forno (piccolo trucchetto: infarinate leggermente la carta prima di appoggiare le palline).

Cuocere per 15 minuti a 180° (controllate che la cioccolata si sciolga e acquisti un bel colore).

Una volta tirato fuori ricompattare le palline

Lasciate freddare e……….. il Panpepato è pronto per essere consumato.

tag="panpepato"
Panpepato

Buon Appetito!