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Bevagna – La città delle Gaite

Ben ritrovati Wander Travelers e… benvenuti a Bevagna!

Qualche anno fa mi capitò per caso di trovarmi a girovagare per la valle umbra, e sempre per caso arrivai a Bevagna.

Avendo un’oretta libera decisi di parcheggiare la macchina e fare quattro passi per questo piccolo borgo umbro (poco più di 5000 abitanti) situato a pochi km da Foligno.

La morale della favola fu che arrivai in ritardo di un’ora all’appuntamento che avevo, tanto era il piacere di girare per gli splendidi vicoli o lungo il fiume che cinge Bevagna.

Da quel giorno, almeno una volta l’anno, torno e mi godo un pomeriggio di piacere e di relax che solo questo posto riesce a dare.

Andiamo con ordine…

Bevagna (Bevania è il suo nome storico) è facilmente raggiungibile dalla superstrada E45 (Foligno nord).

Ognuno di voi, una volta arrivato nei pressi della cittadina, è libero di parcheggiare dove vuole; le indicazioni che fornirò, potranno essere utilizzate qualsiasi sia il vostro punto di partenza.

Il mio tour partirà dalla parte sud est della città, nei pressi di un ponte che attraversa il bellissimo Clitunno, in cui le massaie di un tempo lavavano i vestiti, come testimoniano i lavatoi che potete scorgere alla sinistra del ponte.

tag:"Bevagna"
Il Clitunno – foto di Sergio Speziali

Appena oltrepassato il ponte, vi ritroverete in una piazzetta; attraversatela e imboccate la via a sinistra.

Percorsi pochi metri, vi ritroverete subito in piazza Silvestri, il centro pulsante della città sin dai tempi del medioevo.

Di solito le piazze delle cittadine umbre, possiedono una loro simmetria rispetto ad edifici o chiese “principali”. Piazza Silvestri è fortemente asimmetrica rispetto ai palazzi e le chiese che si affacciano su di essa, rendendola unica nel suo genere e intrigante a prima vista.

Su di essa affacciano i principali monumenti della città; Palazzo dei consoli, la chiesa di San Silvestro e la chiesa di San Michele, tutti edifici costruiti prima del 1300.

tag:"Bevagna"
Piazza Silvestri e chiesa di San Michele – foto di Sergio Speziali

Da qui imboccate il corso principale di Bevagna, corso Giacomo Matteotti e percorretelo fino all’incrocio con via Crescinbeni, gustandovi i negozi di prodotti tipici, sia gastronomici che artigianali, che insistono su di esso.

Una volta arrivati all’incrocio, imboccate via Crescinbeni.

Percorsi pochi passi, vi ritroverete in piazza Garibaldi e davanti a voi si aprirà la vista di Porta Cannara, forse la porta d’accesso più bella della città, costruita nel XIII secolo e ancora intatta.

Uscite dalla porta e andate a sinistra, costeggiando le splendide mura medievali erette a difesa della città; da una parte la storia, dall’altra la natura; what else?

Rientrate in città per via ponte delle tavole e dirigetevi di nuovo verso corso Giacomo Matteotti , visitando vicoli e vicoletti, in base alla vostra ispirazione.

Tornate in Piazza Silvestri, attraversatela e imboccate corso Amendola.

Una volta percorsa la via, vi consiglio di uscire ed ammirare Bevagna e le sue mura da via Gaita di Porta San Pietro.

Il contrasto tra l’opera dell’uomo e la bellezza della pianura è affascinante; rimanete il tempo necessario per permettere alla vostra immaginazione di catapultarvi nel medioevo.

Siete dei soldati che devono assediare e conquistare Bevagna, e vi trovate davanti a queste mura, con arcieri che vi scoccano contro frecce e olio bollente che vi attende all’ingresso delle porte… Non era facile, non credete?

Tornate in corso Amendola, che diventa ben presto via santa Maria. Percorretela tutta e vi ritroverete al punto di partenza del nostro tour.

Se dovessi consigliarvi il momento migliore per visitare Bevagna, non avrei alcun dubbio su cosa dire: Giugno.

Perché? Tre semplici parole… MERCATO DELLE GAITE.

L’Umbria è ricchissime di bellissime rievocazioni, come ad esempio il Calendimaggio di Assisi, o i ceri di Gubbio.

Le gaite sono sicuramente una delle rievocazioni più fedeli alla storia e suggestive di tutto il nostro territorio

Gaita è una parola derivante dal longobardo “watha” e significa guardia, termine con cui son chiamati i quattro quartieri in cui è suddivisa la città.

La divisione in quartieri è attestata dalle carte comunali risalenti addirittura al XVI secolo.

Sulla base di questo testo, durante la rievocazione storica, si ricreano i momenti più rappresentativi della città, con le magistrature cittadine, gli antichi mestieri e il modo di vivere di un tempo.

Addirittura dagli statuti si ricavano le modalità di produzione dei principali prodotti locali, le tecniche di macellazione degli animali, il funzionamento dei forni, dei mulini, la modalità di vendita delle merci e l’organizzazione dei pesi e delle misure.

Tutto questo è fedelmente riprodotto dai cittadini di Bevagna, con una maestria e una bellezza unica in Italia.

In poche parole Bevagna, durante le gaite, torna indietro di cinquecento anni e vi permette di assaporare la vita di un tempo.

tag:"Bevagna"
Un mangiafuoco in azione alle gaite – foto di Sergio Speziali

Il momento clou di tutta la manifestazione è sicuramente il giorno del mercato, che si sviluppa all’interno dei quattro rioni.

il mercato è un mercato vero e proprio, in cui potrete acquistare merci di ogni genere, tutta rigorosamente fabbricata dagli artigiani che vi trovate davanti.

Il più bel souvenir di questo viaggio, lo troverete sicuramente tra i banchi medievali del mercato delle gaite.

Se volete saperne di più su questa bellissima manifestazione, vi consiglio di visitare il sito ufficiale

www.ilmercatodellegaite.it

Credo che queste poche parole vi debbano aver invogliato a visitare questo bellissimo borgo, immerso nella pianura della valle umbra, sede un tempo di paludi e acquitrini.

Che aspettate? Ci vediamo a Bevania!!

STAY WANDER!!!

La Torta di Pasqua… e il saggio impastatore

C’era una volta un impastatore e la sua torta di Pasqua…

Si… proprio così deve iniziare un racconto sulla nostra torta, come una bella favola.

Certo, non sempre chi si cimenta con la preparazione della torta di Pasqua potrà godere di un lieto fine.

La realizzazione non è affatto semplice ed errori e intoppi sono sempre in agguato.

Siamo certi, però, che ognuno di noi ha impresso nella memoria le immagini delle mani esperte di nonne e nonni, donne e uomini di casa, che lavorano quell’impasto ricco, giallo, molle e difficile da domare.

Eppure quegli impastatori intrepidi, dopo tanta fatica, riuscivano a sistemare la massa rilassata, rustica o pirlata, nei cocci o negli stampi di alluminio per farla cresce e poi cuocere.

Insomma il racconto della torta di Pasqua è un’avventura, un pò magica direi… così magica che non esiste ricetta!

Ebbene si avete capito, non esiste “LA RICETTA”, solo un impasto da interpretare a proprio piacimento.

Forse è proprio questa la bellezza della torta, che a noi umbri fa pensare solo ad una cosa: la Pasqua.

Alle meraviglie di questa favola, fatta di cultura e tradizione cristiana, da voce e gusto Andrea Pioppi professionista stimato in tutto il territorio regionale e nazionale.

Andrea ama definirsi un libero impastatore ma non solo di farine…

“La vita è come un impasto” dice sempre, e la torta di Pasqua è la storia di tante famiglie umbre, è il giorno di Pasqua, è l’emozione di stare assieme per impastare, faticare per ricreare il tepore del ritrovarsi in famiglia.

Vi invito a curiosare sul sito www.andreapioppi.it e vi assicuro che ne rimarrete stupiti!

Partiamo allora per la nostra avventura..

C’era una volta un impastatore che, arrivato il giovedì santo, si mise all’opera per donare alla sua famiglia e al vicinato, la magia della torta per la colazione di Pasqua.

Aspettò fino a sera e, arrivato il tramonto, prese 500 g di farina (manitoba), 250 g di acqua naturale e 5 g di lievito di birra.

Sciolse il lievito nell’acqua facendo attenzione a non perderne nessun grammo!!

Poi fece scendere a pioggia la farina sull’acqua e iniziò ad amalgamare il tutto creando un impasto un po’ slegato, lavorandolo finché la farina non si vide più.

Ecco qui, la biga è pronta!

L’impastatore, prima di coricarsi, mise la biga a maturare ben chiusa al caldo e al buio, (tra 18° e 24°).

Migliaia di funghi lavorarono per lui nelle successive 12-18 ore.

Dopo una riposante dormita, la mattina del venerdì santo l’impastatore riprese il lavoro…

La biga è matura e pronta ad iniziare l’impresa! Innanzitutto occorre un chilo di farina.

Vi chiederete… “Quale tipo?” A seconda di quello che la vostra favola o la vostra tradizione consiglia.

Io sceglierei 70% di farina manitoba e 30% di semola di grano duro rimacinata, un tocco di morbidezza assicurato!

Ma un buon mix può essere anche 500 g di manitoba sapientemente miscelato con il corrispettivo di farina “0” o “00”.

Servirono poi 700 g di uova circa a temperatura ambiente, 35 g di sale, dai 30 ai 50 g di lievito fresco.

In seguito entrò in scena la compagnia dei grassi e dei formaggi: 300 g di burro o strutto, 100 g di olio evo, 200 g di grana padano, 400 g di romanesco.

Ok ci siamo quasi, basterà tenere pronti 400 g di padano o reggiano e 500 g di emmental tagliato a tocchetti.

Tutto rigorosamente usato a temperatura ambiente.

A questo punto qualcuno si sentirà già sazio o appesantito dalla lista degli ingredienti, ma se sarete coraggiosi e proseguirete il racconto, scoprirete le mille strade e sfide che la torta di Pasqua può mettervi di fronte.

In fin dei conti questo impasto nasce per celebrare la fine del periodo di digiuno che la quaresima imponeva.

Ecco spiegato il perché di tutto questo ben di Dio in un’unica torta!

Ma ripartiamo con il nostro racconto..

L’impastatore prese allora dal suo nascondiglio la biga matura e iniziò a spezzettarla, versandoci sopra circa 100 g di acqua tiepida, e aggiunse il lievito previsto.

Le sue mani esperte lavorano la massa aiutandosi con due spatole.

Aggiunse le uova, i primi 500 g, fino ad ottenere un impasto cremoso. Ma un impastatore saggio sa rispettare il riposo della sua pasta e la lasciò lì a rilassarsi per una quindicina di minuti…

Tornò all’opera per aggiungere la farina, il sale e aggiustò l’impasto con le restanti uova.

Il lavoro proseguì incalzante, con fasi di impasto e di riposo, impasto e riposo, finché ottenne una pasta omogenea e compatta, ma morbida e un pò appiccicosa.

Non restava che aggiungere il formaggio grattugiato utilizzando la tecnica delle pieghe di rinforzo.

Ancora lavoro e riposo, lavoro e riposo…

Pensate sia finita? Non per il nostro impastatore!! Prese i grassi che aveva scelto e iniziò ad incorporarli.

Decise di agire in tre fasi in cui osservò sempre l’alternanza lavoro e riposo perché la sua torta non fosse stressata! [..in fin dei conti è Pasqua… prendiamoci un pò di tempo per noi e le nostre torte!! ]

L’impastatore si preparò all’ultima fatica… introduzione del formaggio a tocchi.

Grazie alla tecnica delle pieghe e rispettando i tempi della sua creatura, incorporò tutto il buon formaggio a pezzetti nel suo impasto prezioso.

L’impastatore si concesse allora un sospiro di soddisfazione…

Ma l’impresa era tutt’altro che conclusa…

Iniziava appena la terza parte di questa lunga storia.

Dopo la riuscita della biga, dopo essere riuscito a non stressare la massa, l’impastatore individuò lo stampo ideale e il posto giusto per far lievitare le proprie creazioni.

E voi cosa sceglierete? Coccio come una volta? Alluminio come si fa comunemente ora? Stampo in silicone, o pirottini come le ultime tecnologie dei materiali ci propongono??

Non so.. scegliete cosa credete sia meglio per la vostra torta.

A questo punto la memoria va al ricordo di mia nonna che nascondeva le torte tutte belle infagottate dentro una madia nel sottotetto della sua mansarda…

Da piccolina quella era per me come la stanza più remota della torre più alta del castello.

Beh si… mi sembra adeguato come posto per la lievitazione di una pasta gialla e ricca come la corona di un re.

Chi non avesse una stanza remota nella torre più alta del castello… insomma se non avete idea di dove porre le vostre creature, un impastatore saggio vi consiglierebbe di prendere delle buste di plastica alimentare per ottenere un’ottima camera di lievitazione! (28°-32°)

Ponetele all’interno di un mobile in cucina belle coperte e tutto dovrebbe filare liscio… spero!

L’impastatore poté finalmente riposarsi avendo posto le sue torte al calduccio.

Sapeva che ora il tempo avrebbe fatto la magia…

Il riposo, il tempo, la lentezza.

Il giorno seguente, il sabato santo, arrivò il momento della cottura.

Di buon mattino, l’impastatore si svegliò e diede il buongiorno alle sue torte scoprendo che, nella notte, avevano raddoppiato il loro volume ed erano pronte per essere infornate.

Sapeva che a breve la sua cucina si sarebbe impregnata del profumo della Pasqua.

A questo punto le storie possono prendere tante strade diverse che porteranno verso finali unici nel loro genere… e nel loro sapore.

La fase della cottura è un momento catartico della storia…

i forni, i tipi di stampi, le grandezze e il numero delle torte da cuocere faranno sì che ogni avventura possa sorprendervi con mille sfaccettature diverse.

In bocca al lupo per le vostre scelte.

L’impastatore prese la sua torta da 500 g e la ripose nel forno casalingo che aveva preriscaldato a 200°.

Abbassò allora la temperatura a 180° e lasciò che la magia in circa 30 minuti si compisse.

.. e fu subito Pasqua…

tag:"torta di pasqua"
La torta di Pasqua che, da tradizione, va consumata la mattina di pasqua con capocollo e uova

Le Frittelle di San Giuseppe – Il gustoso omaggio dell’Umbria a tutti i papà

Ben ritrovati Wander Travelers e buona festa di San Giuseppe…

Quest’anno, per la prima volta sarò tra i “festeggiati”; insieme a Monica, abbiamo pensato di aiutarvi nella preparazione del dolce tipico di questa giornata: Le frittelle di San Giuseppe.

San Giuseppe, oltretutto, è anche il patrono di Orvieto, la città della rupe; questo ci consentirà di parlare delle celebrazioni che si svolgono ad Orvieto e di fornirvi la ricetta delle frittelle.

Prima di cominciare, avete già provato a preparare gli altri dolci che vi abbiamo proposto? Il torcolo di San Costanzo? Il Panpepato? Provate a diventare dei veri cuochi della tradizione umbra… 😉

tag="San Giuseppe"
San Giuseppe patrono di Orvieto
Ad Orvieto è festa grande il 19 Marzo. La chiesa intitolata al patrono è vestita a festa e già dalla mattina presto i fedeli si recano in essa per rendergli omaggio.

La festa però comincia già dal 18 Marzo, con la processione dal duomo alla chiesa di San Giuseppe, accompagnata dalla filarmonica cittadina. Nel frattempo, sulla piazza, le frittelle diventano le protagoniste assolute, regalando ai turisti e agli orvietani, un momento di estasi gastronomica.

Ovviamente non sarete gli unici a voler passare la festa di San Giuseppe ad Orvieto, quindi non arrivate troppo tardi e soprattutto non arrivate con la fretta di fare, vedere, consumare e poi ripartire.

Se avete il fine settimana a disposizione, prenotate un albergo ad Orvieto e godetevi la festa fino in fondo, partecipando alle celebrazioni, senza pensare alla macchina, al cellulare, al lavoro. lasciatevi trasportare dalla spiritualità della giornata, e soprattutto dal desiderio di soddisfare la  vostra golosità.

La migliore esperienza che potrete fare qui oggi è passeggiare lungo Corso Cavour, con una bella frittella in mano e con l’odore di fritto e di dolce che pervade l’aria, ascoltando la musica che risuona per tutta la città.

Non abbiamo ancora parlato di Orvieto, ma presto lo faremo in un articolo dedicato esclusivamente a questa bellissima città.

In Umbria, la festa di San Giuseppe coincide idealmente con la fine dell’inverno periodo in cui si celebrano anche i riti di purificazione agraria, effettuati nel passato pagano. E’ proprio in quest’occasione che si bruciano i residui del raccolto sui campi, grandi cataste di legna vengono accese ai margini delle piazze e vengono preparate le famose frittelle, piatto tipico di questa festa.

A questo punto, dopo una brevissima introduzione alla festa, addentriamoci nello stupefacente mondo delle frittelle.

Frittelle di San Giuseppe

Ingredienti per circa 35-40 frittelle:
– 200 gr di riso
– 600 gr di latte
– 300 gr di acqua
– 2 uova
– 90 gr di burro
– 80 gr di zucchero
– uva sultanina (opzionale)
– 2 cucchiai di Rum (o Vinsanto o Marsala)
– buccia di limone grattugiata
– buccia di arancia grattugiata
– 1 pizzico di sale
– olio per friggere

Preparazione:

Mettete il latte con l’acqua in una pentola
Fate scaldare il latte quindi aggiungete un pizzico di sale e metà del burro (45 gr)
A questo punto aggiungete metà dello zucchero facendo sciogliere bene
Buttate quindi il riso e aggiungete la scorza grattugiata del limone (oppure la buccia intera che farete bollire insieme al riso)
Fate cuocere a leggero bollore  fino a che il latte si sarà assorbito tutto
Quindi aggiungete il rimanente zucchero e burro e mescolate;
fate raffreddare il riso alcune ore (anche tutta la notte, come da tradizione);

l’impasto raffreddato deve essere duro da lavorare con il cucchiaio;  aggiungete i tuorli d’uovo sbattuti e mescolate bene
montate gli albumi a neve ferma aggiungeteli al riso
e mescolate bene aggiungendo anche il rum ( io aggiungo anche l’uvetta che mi piace, anche se a questo punto separo gli impasti e ne faccio un pò con l’uvetta e un pò senza)

Mescolate nuovamente fino ad ottenere un composto omogeneo che deve essere abbastanza duro (se non lo fosse aggiungete un cucchiaio di fecola)
Mettete a scaldare l’olio in una padella; create una pallina di composto e immergetela nell’olio bollente
Ripetete il procedimento mettendo a friggere altre frittelle (non mettetene troppe insieme, meglio friggerne un pò per volta); fate dorare le frittelle quindi scolatele e utilizzate uno scottex per assorbire l’olio in eccesso.
Spolverate le frittelle con lo zucchero (semolato o a velo, dipende dai gusti)

Servite le frittelle calde…

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Le frittelle pronte per essere mangiate
Buon appetito

STAY WANDER

Lago Trasimeno – Una storia lunga 20 milioni di anni

Ben trovati Wander Travelers… conoscete il Lago Trasimeno? Splendidi panorami, tramonti mozzafiato, borghi incantevoli, buon mangiare…

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Uno dei fantastici tramonti che il lago Trasimeno vi può offrire. Foto di Sergio Speziali

Parleremo di tutto questo nel blog… ma con calma.

Il lago Trasimeno è una meraviglia da gustare un po’ per volta, adagio, assaporando ogni momento passato sulle sue rive, come si gode di una leggera brezza dopo una giornata afosa.

Ho pensato di cominciare la serie degli articoli dedicati al lago in maniera un po’ diversa dal solito; sapete come si è formato? Com’è cambiato il paesaggio nel tempo, fino a raggiungere lo splendore che è ora? Come si sono formate le isole al suo interno?

Ecco… ho deciso di cominciare da qui, dalla mia materia universitaria: La geologia.

Rovistando nei vecchi appunti, ho scovato una lezione tenuta dal preside della mia facoltà (il professor Massimiliano Barchi) in cui si parlava di studi e indagini effettuate nel lago per riuscire a ricostruirne la storia.

Tra le favolose lezioni del mio professore, i quattro scarabocchi che ho conservato e la memoria da studente rispolverata per l’occasione, ho messo insieme tutti i pezzi necessari per raccontarvi la favolosa storia del lago Trasimeno. Mettetevi comodi…

PARTIAMO!!!!

Il Lago Trasimeno, il più grande lago dell’Italia peninsulare con i suoi 120 km2 di estensione, ha origini completamente diverse dagli altri grandi laghi italiani.

I laghi alpini (Lago di Garda, Lago Maggiore, Lago di Como, Lago d’Iseo) sono di origine glaciale; essi si sono formati in seguito al riempimento di valli scavate dai ghiacciai durante il Quaternario (periodo geologico tuttora in corso e cominciato circa 2,5 milioni di anni fa).

I laghi laziali (Laghi di Bolsena, Vico, Bracciano,) sono di origine vulcanica: le caldere dei vulcani (le bocche da cui usciva lava) sono state riempite via via dalle acque.

Il lago Trasimeno ha origini tettoniche. Le acque hanno riempito una depressione formatasi in seguito al movimento della crosta terrestre; i movimenti della crosta avvengono lungo dei piani di scorrimento (faglie) che rappresentano il piano di rottura dove scorre e si muove la crosta.

Ultimamente, dopo i recenti terremoti che hanno colpito Amatrice, Norcia e Castel Sant’Angelo sul Nera si è sentito molto parlare di faglie; ne ho sentite di tutti i colori a dir la verità.

Una mattina, mentre facevo colazione al bar, due ragazze parlavano del fatto che la faglia di Amatrice, arrivasse addirittura in Giappone, poiché c’erano stati dei terremoti che secondo loro erano riconducibili a questo.

Vi giuro, avrei preferito versarmi il cappuccino bollente nelle orecchie.

Senza che vi annoi sulla definizione di faglia, vi rimando al link di wikipedia che ci dice tutto quello che ci serve di sapere su cosa è una faglia e come funziona.

Finito questo piccolo inciso, torniamo al nostro lago.

Il lago Trasimeno, a differenza dei laghi di origine vulcanica e glaciale, è un lago laminare.

La sua profondità massima è di circa 6 metri, a differenza di Bolsena (151 m, vulcanico) Garda (346 m, glaciale).

Nel corso dei secoli, in seguito a periodi particolarmente siccitosi, la vita del lago è stata più volte messa a repentaglio, a causa proprio della scarsa profondità.

Nel 2003 il lago Trasimeno arrivò a registrare picchi negativi di -190 cm dallo zero idrometrico.

Dal punto di vista geomorfologico, il lago Trasimeno si trova a cavallo di due importanti depressioni tettoniche, la Val di Chiana e la Val Tiberina.

Ora, mi rendo conto che sto mettendo moltissima carne al fuoco, parlando di faglie, piani di rottura, depressioni tettoniche (queste ultime non sono altro che buche molto grandi ;-)) ma abbiate pazienza; un po’ di linguaggio tecnico devo utilizzarlo. Prometto di essere il più chiaro possibile.

Sapete che un tempo, il lago Trasimeno era un golfo del mar Mediterraneo? Com’è possibile?

La risposta è individuabile in due fenomeni geologici importantissimi che hanno contribuito a modellare il paesaggio cosi come adesso lo osserviamo: orogenesi, trasgressione e regressione marina.

Le montagne si formano in seguito allo scontro delle placche litosferiche, che generano pressioni in grado di rompere, piegare e sollevare la terra.

Nel corso di milioni di anni queste pressioni sono in grado di formare le montagne; questo processo geologico è detto orogenesi.

La catena Appenninica si è formata proprio in questo modo, ed è costituita da unità tettoniche (non sono altro che porzioni di crosta) sovrapposte.

La zona del lago Trasimeno è stata interessata da fenomeni di tettonica compressiva nel corso del Miocene, circa tra 18 e 12 milioni di anni fa.

Una volta che la catena emerge, inizia il processo di erosione da parte degli agenti esogeni (acqua, vento, sole, neve, ghiaccio).

Il Mediterraneo, a seguito di una fase erosiva particolarmente intensa (5,5 milioni di anni fa, corrispondente alla fine del Miocene), rimane isolato dalla circolazione oceanica ed è rapidamente disseccato dall’evaporazione, con un abbassamento del livello marino di circa 1500 m (per intenderci 200 metri in più dell’altezza del Subasio, una bella massa d’acqua insomma).

L’abbassamento del livello del mare provoca un forte aumento dell’attività erosiva.

Proprio in questa fase, si forma un paesaggio fluviale molto articolato; una delle valli formatasi da questo processo, ospiterà il Trasimeno.

Con la fine della crisi Messiniana (periodo geologico), il livello del mare risale rapidamente e all’inizio del Pliocene (circa 5 milioni di anni fa) raggiungendo il suo massimo livello (trasgressione marina).

Il Tirreno s’insinua profondamente tra le strutture emerse dell’Appennino; le zone più alte rimangono emerse, mentre le zone più depresse sono allagate.

Il tratto marino più orientale occupava l’attuale bacino della Val di Chiana, e il Lago Trasimeno ne costituiva un Golfo.

Alle fasi orogeniche (compressive) segue una nuova fase tettonica di tipo estensionale o distensivo (ad esempio i recenti terremoti del 2016 di Amatrice e Norcia si sono generati su faglie dirette, avendo perciò una cinematica distensiva), che andrà a modellare, come le conosciamo ora, la Val di Chiana e la Val Tiberina.

Il lago Trasimeno si colloca in mezzo alle due valli, lungo la dorsale che le separa. Verso la fine del Pliocene (circa 3 Milioni di anni fa) il mare si ritira temporaneamente dalla regione (regressione marina).

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La posizione del Lago Trasimeno dopo la trasgressione marina del Pliocene e l’inizio della fase tettonica distensiva. Schema tratto dall’articolo del professor Barchi.

La successiva trasgressione marina, nel Pleistocene inferiore (circa 2 Milioni di anni fa), procede da Sud e non raggiunge la latitudine del Lago Trasimeno.

Da questo momento, il Trasimeno non avrà più contatti con il mare.

La tettonica però, continua a essere attiva, mentre il clima continua a cambiare.

Verso la fine del Pleistocene inferiore (fra 1.4 e 0.7 Milioni di anni fa) il mare si ritira definitivamente dalla regione, che subisce un lento ma costante sollevamento (pochi decimi di millimetro ogni anno).

In questa fase si formano una serie di piccoli bacini lacustri o palustri, in parte isolati, la cui subsidenza (l’abbassamento del suolo) è legata al proseguire dei movimenti tettonici.

In uno di questi bacini, quello di Pietrafitta, si depone uno spesso banco di lignite, da cui un milione e mezzo di anni dopo i paleontologi estrarranno i resti fossili di una ricca fauna, oggi conservata nel Museo Fossile.

Il Trasimeno, oltre che risorsa da tutelare, rappresenta una vera e propria enciclopedia del tempo, grazie al quale è stato possibile ricostruire la storia geologica di questa parte della nostra regione.

Spero che il discorso appena fatto sia stato chiaro e comprensibile; non mi sono addentrato nello specifico perché non ci serve di sapere per filo e per segno la storia del Trasimeno.

Il nostro scopo è di rendervi consapevoli che ogni volta che ammirerete un tramonto al lago, starete osservando un paesaggio che si è formato in 20 milioni di anni.

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Panoramica del Lago Trasimeno, un paesaggio tuttora in evoluzione. Foto di Sergio Speziali

Per i più curiosi: di seguito il link per leggere l’articolo completo sulla storia del lago Trasimeno, scritto da M.R Barchi et al.

STAY WANDER

Panpepato – La Tradizione Ternana a Tavola

Ben ritrovati Wander Travelers. Nella settimana dei festeggiamenti di San Valentino, abbiamo pensato di proporvi una ricetta direttamente dalla tradizione gastronomica ternana: il panpepato.

Il Pampepato o Panpepato ternano, è preparato sin dal XVI secolo. Il dolce è arrivato in Italia dal lontano Oriente, con le carovane che trasportavano le spezie.

Poi, dato che quando si parla di cucina “Italian’s do it better”, abbiamo arricchito la ricetta originale con i magnifici prodotti della nostra terra come le noci, gli agrumi, un goccino di alcool, la cioccolata….

A Terni, per la preparazione del panpepato, utilizzano il mosto cotto, che viene imbottigliato appositamente per l’occasione, e che conferisce alla ricetta quella spinta in più.

Tradizione vuole che l’8 Dicembre in Italia sia il giorno deputato alla costruzione dell’albero. Frotte di papà (o di mamme molto molto coraggiose) scendono nei garage e risalgono (con aria trionfante, di chi è andato all’inferno e riuscito a sopravvivere) portando 40000 pacchi di luci, lucine, palle e l’immancabile abete di plastica.

A Terni, l’8 Dicembre è il giorno del panpepato (se avanza tempo si fa anche l’albero). La tradizione vuole che almeno un esemplare rimanga integro e venga consumato il 14 Febbraio, giorno in cui Terni festeggia il suo patrono San Valentino.

Siete pronti a preparare il panpepato?

La ricetta mi è stata data da Pietro, un ragazzo di Terni che gioca a rugby a Perugia. Pietro è andato da sua nonna che, come tutte le nonne, sono le vere enciclopedie della tradizione e della cultura popolare. Il nostro compito è quello di riversare in digitale il loro sapere orale. La signora Dina ci ha svelato la sua ricetta; da questo momento, diventate depositari di un sapere che si tramanda da generazioni nelle famiglie ternane, con piccole differenze tra ricetta e ricetta (ogni nonna ha la “sua” ricetta, quelle degli altri non sono buone come la propria).

Quello che più mi è piaciuto della ricetta è che non si ragiona “a persone”, ma a “noci sgusciate”.

Ingredienti per 500 gr di noci sgusciate:

  • Caffè 6 tazzine
  • Canditi 400 gr
  • Uva passa 600 gr
  • Miele 500 gr
  • Pinoli 100 gr
  • Nocciole 200 gr
  • Mandorle 200 gr
  • Cioccolata fondente (da sciogliere nel caffè) 900 gr
  • Cacao dolce 1 bustina
  • Vaniglia 4 bustine
  • Noce Moscata (a vostro piacimento)
  • Liquore (quello che più vi piace, ad esempio caffè sport, vermuth ecc..)
  • Mosto cotto 500 ml
  • Pepe 15 gr
  • Farina (quanto basta)

Mettere in ammollo (acqua tiepida) l’uvetta. Tritare grossolanamente le mandorle e le nocciole.

Successivamente, mescolare i canditi con l’uvetta, le mandorle, le nocciole e i pinoli. Aggiungere il cioccolato, il caffè, la vaniglia, il pepe e le spezie. Versare il miele (scaldatelo un po’ prima in modo da renderlo morbido) nel recipiente e mescolare. Contestualmente, aggiungere il liquore che avete scelto.

Dopo il liquore è il momento dell’ingrediente segreto; aggiungete il mosto cotto.

A questo punto aggiungere farina, in modo da amalgamare il composto. La farina serve a dare consistenza, quindi mettetene finchè la consistenza non è di vostro gradimento.

Una volta amalgamato l’impasto, formare delle palline e metterle in una teglia ricoperta con la carta forno (piccolo trucchetto: infarinate leggermente la carta prima di appoggiare le palline).

Cuocere per 15 minuti a 180° (controllate che la cioccolata si sciolga e acquisti un bel colore).

Una volta tirato fuori ricompattare le palline

Lasciate freddare e……….. il Panpepato è pronto per essere consumato.

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Panpepato

Buon Appetito!