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Bevagna – La città delle Gaite

Ben ritrovati Wander Travelers e… benvenuti a Bevagna!

Qualche anno fa mi capitò per caso di trovarmi a girovagare per la valle umbra, e sempre per caso arrivai a Bevagna.

Avendo un’oretta libera decisi di parcheggiare la macchina e fare quattro passi per questo piccolo borgo umbro (poco più di 5000 abitanti) situato a pochi km da Foligno.

La morale della favola fu che arrivai in ritardo di un’ora all’appuntamento che avevo, tanto era il piacere di girare per gli splendidi vicoli o lungo il fiume che cinge Bevagna.

Da quel giorno, almeno una volta l’anno, torno e mi godo un pomeriggio di piacere e di relax che solo questo posto riesce a dare.

Andiamo con ordine…

Bevagna (Bevania è il suo nome storico) è facilmente raggiungibile dalla superstrada E45 (Foligno nord).

Ognuno di voi, una volta arrivato nei pressi della cittadina, è libero di parcheggiare dove vuole; le indicazioni che fornirò, potranno essere utilizzate qualsiasi sia il vostro punto di partenza.

Il mio tour partirà dalla parte sud est della città, nei pressi di un ponte che attraversa il bellissimo Clitunno, in cui le massaie di un tempo lavavano i vestiti, come testimoniano i lavatoi che potete scorgere alla sinistra del ponte.

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Il Clitunno – foto di Sergio Speziali

Appena oltrepassato il ponte, vi ritroverete in una piazzetta; attraversatela e imboccate la via a sinistra.

Percorsi pochi metri, vi ritroverete subito in piazza Silvestri, il centro pulsante della città sin dai tempi del medioevo.

Di solito le piazze delle cittadine umbre, possiedono una loro simmetria rispetto ad edifici o chiese “principali”. Piazza Silvestri è fortemente asimmetrica rispetto ai palazzi e le chiese che si affacciano su di essa, rendendola unica nel suo genere e intrigante a prima vista.

Su di essa affacciano i principali monumenti della città; Palazzo dei consoli, la chiesa di San Silvestro e la chiesa di San Michele, tutti edifici costruiti prima del 1300.

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Piazza Silvestri e chiesa di San Michele – foto di Sergio Speziali

Da qui imboccate il corso principale di Bevagna, corso Giacomo Matteotti e percorretelo fino all’incrocio con via Crescinbeni, gustandovi i negozi di prodotti tipici, sia gastronomici che artigianali, che insistono su di esso.

Una volta arrivati all’incrocio, imboccate via Crescinbeni.

Percorsi pochi passi, vi ritroverete in piazza Garibaldi e davanti a voi si aprirà la vista di Porta Cannara, forse la porta d’accesso più bella della città, costruita nel XIII secolo e ancora intatta.

Uscite dalla porta e andate a sinistra, costeggiando le splendide mura medievali erette a difesa della città; da una parte la storia, dall’altra la natura; what else?

Rientrate in città per via ponte delle tavole e dirigetevi di nuovo verso corso Giacomo Matteotti , visitando vicoli e vicoletti, in base alla vostra ispirazione.

Tornate in Piazza Silvestri, attraversatela e imboccate corso Amendola.

Una volta percorsa la via, vi consiglio di uscire ed ammirare Bevagna e le sue mura da via Gaita di Porta San Pietro.

Il contrasto tra l’opera dell’uomo e la bellezza della pianura è affascinante; rimanete il tempo necessario per permettere alla vostra immaginazione di catapultarvi nel medioevo.

Siete dei soldati che devono assediare e conquistare Bevagna, e vi trovate davanti a queste mura, con arcieri che vi scoccano contro frecce e olio bollente che vi attende all’ingresso delle porte… Non era facile, non credete?

Tornate in corso Amendola, che diventa ben presto via santa Maria. Percorretela tutta e vi ritroverete al punto di partenza del nostro tour.

Se dovessi consigliarvi il momento migliore per visitare Bevagna, non avrei alcun dubbio su cosa dire: Giugno.

Perché? Tre semplici parole… MERCATO DELLE GAITE.

L’Umbria è ricchissime di bellissime rievocazioni, come ad esempio il Calendimaggio di Assisi, o i ceri di Gubbio.

Le gaite sono sicuramente una delle rievocazioni più fedeli alla storia e suggestive di tutto il nostro territorio

Gaita è una parola derivante dal longobardo “watha” e significa guardia, termine con cui son chiamati i quattro quartieri in cui è suddivisa la città.

La divisione in quartieri è attestata dalle carte comunali risalenti addirittura al XVI secolo.

Sulla base di questo testo, durante la rievocazione storica, si ricreano i momenti più rappresentativi della città, con le magistrature cittadine, gli antichi mestieri e il modo di vivere di un tempo.

Addirittura dagli statuti si ricavano le modalità di produzione dei principali prodotti locali, le tecniche di macellazione degli animali, il funzionamento dei forni, dei mulini, la modalità di vendita delle merci e l’organizzazione dei pesi e delle misure.

Tutto questo è fedelmente riprodotto dai cittadini di Bevagna, con una maestria e una bellezza unica in Italia.

In poche parole Bevagna, durante le gaite, torna indietro di cinquecento anni e vi permette di assaporare la vita di un tempo.

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Un mangiafuoco in azione alle gaite – foto di Sergio Speziali

Il momento clou di tutta la manifestazione è sicuramente il giorno del mercato, che si sviluppa all’interno dei quattro rioni.

il mercato è un mercato vero e proprio, in cui potrete acquistare merci di ogni genere, tutta rigorosamente fabbricata dagli artigiani che vi trovate davanti.

Il più bel souvenir di questo viaggio, lo troverete sicuramente tra i banchi medievali del mercato delle gaite.

Se volete saperne di più su questa bellissima manifestazione, vi consiglio di visitare il sito ufficiale

www.ilmercatodellegaite.it

Credo che queste poche parole vi debbano aver invogliato a visitare questo bellissimo borgo, immerso nella pianura della valle umbra, sede un tempo di paludi e acquitrini.

Che aspettate? Ci vediamo a Bevania!!

STAY WANDER!!!

Calendimaggio – Assisi festeggia la primavera

“Nonno, mi racconti il Calendimaggio?”

“Francesco, il Calendimaggio non si può raccontare; per ogni assisano è diverso, ognuno lo sente a modo suo e lo vive a modo suo.”

“… nonno, allora mi puoi raccontare il tuo Calendimaggio?”

“Si… Questo lo posso fare; siediti che ti racconto la più intensa avventura che ho avuto la fortuna di vivere in vita mia.”

“Intanto, prima di tutto è importante conoscere la storia di quest’antichissima festa; la conosci Francesco? Sai quando nasce il Calendimaggio?”

“No nonno, non lo so proprio.”

“Il Calendimaggio ha origini pagane, che celebravano con diversi riti il ritorno della primavera.”

“Nonno che cosa sono le pagane?“

“ Pagano non è una cosa Francesco, bensì una parola che raccoglie tutte quelle religioni che venerano più di un dio insieme, a differenza del cristianesimo, in cui si venera un solo Dio.”

“ok ho capito”

Prima del popolo assisano c’erano altre popolazioni che abitavano questi luoghi, tra cui gli umbri, la più antica popolazione che abbia mai vissuto in queste terre. Il loro amore per la vita era talmente forte che dovevano celebrarlo in qualche modo; quale periodo migliore se non l’inizio della primavera, dove ogni cosa rinasce a vita nuova?

Essi ballavano, cantavano, bevevano e recitavano poesie create proprio per rendere omaggio alla primavera appena iniziata.”

“Anche San Francesco in giovinezza era un ottimo compositore di canti e poesie sai?”

“Ma San Francesco quello famoso?”

“Si proprio lui; inoltre, in questo periodo i versi composti presero il nome di canzoni di maggio, che erano decantate da brigate di giovani in giro per la città.”

“Nonno, anche San Francesco faceva le gare con l’altra parte?”

“ Non credo perché la sua fede, lo portò lontano dalle competizioni pagane e dai giochi popolari.

Fu però questo il momento in cui si formarono per la prima volta le due parti storiche di Assisi; La Nobilissima parte de Sopra e la Magnifica parte de Sotto.

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La divisione della città nelle due parti: in rosso la parte de Sotto, in blu la parte de Sopra

Questa divisione è dovuta al fatto che Assisi era governata da due potenti famiglie; la parte de sopra era governata dalla famiglia Nepis, mentre la parte de sotto dalla famiglia Fiumi.“

“Ma erano amici?”

“Direi di no Francesco, tutt’altro… Però anche durante questo periodo di lotte civili, si mantenne vivo il desiderio di celebrare il Calendimaggio.”

“Ma i giochi sono stati sempre questi?”

“I giochi, cosi come lo svolgimento della festa è profondamente cambiato nel corso dei secoli, fino a raggiungere, nel 1954, la forma che tuttora è in vigore.”

“Nonno, ma perché tutti i giochi si svolgono in piazza?”

“Piazza del comune è l’unico punto della città che non appartiene a nessuna parte; è il campo neutro dove ci si sfida, anche se non tutte le sfide si svolgono li.

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Il logo del calendimaggio

Ad esempio il corteo della sera si svolge in giro per la città, tra un vorticare di luci, suoni ed emozioni che solo la notte può darti. Le ombre tremolanti alla luce delle torce e i fuochi utilizzati per la sfilata lasciano tutti sempre senza fiato. Altro tassello importante sono le scene, realizzate in luoghi caratteristici della parte de sopra e della parte de sotto. I partaioli diventano  attori, interpretando la vita dei loro avi,  facendo rivivere il passato medievale di questa gloriosa città ad un gruppo di giudici, che ogni anno cambia e che alla fine del palio, grazie ai loro voti, decreteranno la parte vincitrice. Le scene sono molto importanti ai fini della gara poiché valgono un punto su tre disponibili.

“Nonno, chi è Madonna Primavera?”

“Madonna Primavera è una damigella, della parte de sopra o della parte de sotto, eletta dopo le sfilate dei cortei delle parti e dopo le tre prove di forza ed abilità tra Sopra e Sotto. Le gare consistono nel tiro alla fune, la corsa con le tregge e il tiro con la balestra. La parte che vince almeno due delle tre prove potrà eleggere una damigella tra le cinque selezionate in precedenza… Inoltre la parte vincitrice avrà diritto a rappresentare per prima le scene l’anno successivo”

“La nonna è mai stata Madonna Primavera?”

“… Tua nonna è stata la più bella Madonna primavera che io avessi mai visto; quando fu eletta, ero un giovane balestriere della parte de Sotto; purtroppo perdemmo la gara e Madonna primavera fu scelta tra le damigelle della parte de Sopra. Mai sconfitta fu più dolce… Me ne innamorai subito e promisi a me stesso che quella ragazza sarebbe diventata mia moglie…”

“Sei un uomo di parola nonno…”

“ahahahah assolutamente si Francesco”

“Nonno ma qual è la sfida più importante di tutte?”

“Francesco, non esiste una sfida più importante; a loro modo sono tutte importantissime e speciali, soprattutto per chi ci lavora o si prepara per farle riuscire al meglio; se devo dare un giudizio, il corteo del giorno è l’apice massimo della sfida; le due parti sfilano raccontando storie e vicende, anche di fantasia, ma pur sempre collegate alla narrativa medievale, con tantissimi effetti scenografici e coreografie. Lo spettacolo è assicurato”

“Dopo il corteo finisce la gara?”

“Assolutamente no. La sera avviene l’ultima sfida, quella canora. Ogni parte canta tre brani, di cui uno in comune e gli altri due liberi. Gli spettatori ascoltano rapiti queste melodie che non si sentono alla radio, ma che ti trasportano direttamente nel 1300.”

“Grazie nonno, mi hai spiegato come si svolge il Calendimaggio… però ancora non mi hai detto cos’è per te…”

“Francesco, il Calendimaggio è la mia anima.

Il mio Calendimaggio è amicizia, competizione e rispetto, vittoria e sconfitta.

Il mio Calendimaggio è creatività e ingegno.

Il mio Calendimaggio sa di porchetta consumata in taverna o alla luce tremolante delle torce accese in città.

Il mio Calendimaggio è attesa spassionata per vivere quei quattro giorni di competizione.

Il mio Calendimaggio sono le 5 di mattina a bere vino e a cantare dopo aver vinto.

Il mio Calendimaggio è famiglia e amore.

Il mio Calendimaggio è il primo vestito comprato a tua mamma per poter sfilare e vedere il suo viso pieno di orgoglio nel portare i colori della nostra parte.

Il mio Calendimaggio siete tu e tua sorella, che siete entrati di diritto nella grande famiglia dei partaioli.

Ma soprattutto, il mio Calendimaggio è:

“Popolo de Ascesi noi Maestro de Campo, avvalendoci dei pieni poteri conferitici, udito lo parere dell’eletto collegio dei giudici ai quali abbiamo demandato lo compito di indicarci quale delle due parti abbia raggiunto maggior lode nella cavalleresca contesa per lo saluto alla nascente Primavera, mentre esprimiamo alle Parti la nostra incondizionata riconoscenza per l’alta prova morale e civica espressa in questa contesa, degna delle più nobili tradizioni della nostra città, assegnamo lo Palio de Calendimaggio alla parte de …..”

La Torta di Pasqua… e il saggio impastatore

C’era una volta un impastatore e la sua torta di Pasqua…

Si… proprio così deve iniziare un racconto sulla nostra torta, come una bella favola.

Certo, non sempre chi si cimenta con la preparazione della torta di Pasqua potrà godere di un lieto fine.

La realizzazione non è affatto semplice ed errori e intoppi sono sempre in agguato.

Siamo certi, però, che ognuno di noi ha impresso nella memoria le immagini delle mani esperte di nonne e nonni, donne e uomini di casa, che lavorano quell’impasto ricco, giallo, molle e difficile da domare.

Eppure quegli impastatori intrepidi, dopo tanta fatica, riuscivano a sistemare la massa rilassata, rustica o pirlata, nei cocci o negli stampi di alluminio per farla cresce e poi cuocere.

Insomma il racconto della torta di Pasqua è un’avventura, un pò magica direi… così magica che non esiste ricetta!

Ebbene si avete capito, non esiste “LA RICETTA”, solo un impasto da interpretare a proprio piacimento.

Forse è proprio questa la bellezza della torta, che a noi umbri fa pensare solo ad una cosa: la Pasqua.

Alle meraviglie di questa favola, fatta di cultura e tradizione cristiana, da voce e gusto Andrea Pioppi professionista stimato in tutto il territorio regionale e nazionale.

Andrea ama definirsi un libero impastatore ma non solo di farine…

“La vita è come un impasto” dice sempre, e la torta di Pasqua è la storia di tante famiglie umbre, è il giorno di Pasqua, è l’emozione di stare assieme per impastare, faticare per ricreare il tepore del ritrovarsi in famiglia.

Vi invito a curiosare sul sito www.andreapioppi.it e vi assicuro che ne rimarrete stupiti!

Partiamo allora per la nostra avventura..

C’era una volta un impastatore che, arrivato il giovedì santo, si mise all’opera per donare alla sua famiglia e al vicinato, la magia della torta per la colazione di Pasqua.

Aspettò fino a sera e, arrivato il tramonto, prese 500 g di farina (manitoba), 250 g di acqua naturale e 5 g di lievito di birra.

Sciolse il lievito nell’acqua facendo attenzione a non perderne nessun grammo!!

Poi fece scendere a pioggia la farina sull’acqua e iniziò ad amalgamare il tutto creando un impasto un po’ slegato, lavorandolo finché la farina non si vide più.

Ecco qui, la biga è pronta!

L’impastatore, prima di coricarsi, mise la biga a maturare ben chiusa al caldo e al buio, (tra 18° e 24°).

Migliaia di funghi lavorarono per lui nelle successive 12-18 ore.

Dopo una riposante dormita, la mattina del venerdì santo l’impastatore riprese il lavoro…

La biga è matura e pronta ad iniziare l’impresa! Innanzitutto occorre un chilo di farina.

Vi chiederete… “Quale tipo?” A seconda di quello che la vostra favola o la vostra tradizione consiglia.

Io sceglierei 70% di farina manitoba e 30% di semola di grano duro rimacinata, un tocco di morbidezza assicurato!

Ma un buon mix può essere anche 500 g di manitoba sapientemente miscelato con il corrispettivo di farina “0” o “00”.

Servirono poi 700 g di uova circa a temperatura ambiente, 35 g di sale, dai 30 ai 50 g di lievito fresco.

In seguito entrò in scena la compagnia dei grassi e dei formaggi: 300 g di burro o strutto, 100 g di olio evo, 200 g di grana padano, 400 g di romanesco.

Ok ci siamo quasi, basterà tenere pronti 400 g di padano o reggiano e 500 g di emmental tagliato a tocchetti.

Tutto rigorosamente usato a temperatura ambiente.

A questo punto qualcuno si sentirà già sazio o appesantito dalla lista degli ingredienti, ma se sarete coraggiosi e proseguirete il racconto, scoprirete le mille strade e sfide che la torta di Pasqua può mettervi di fronte.

In fin dei conti questo impasto nasce per celebrare la fine del periodo di digiuno che la quaresima imponeva.

Ecco spiegato il perché di tutto questo ben di Dio in un’unica torta!

Ma ripartiamo con il nostro racconto..

L’impastatore prese allora dal suo nascondiglio la biga matura e iniziò a spezzettarla, versandoci sopra circa 100 g di acqua tiepida, e aggiunse il lievito previsto.

Le sue mani esperte lavorano la massa aiutandosi con due spatole.

Aggiunse le uova, i primi 500 g, fino ad ottenere un impasto cremoso. Ma un impastatore saggio sa rispettare il riposo della sua pasta e la lasciò lì a rilassarsi per una quindicina di minuti…

Tornò all’opera per aggiungere la farina, il sale e aggiustò l’impasto con le restanti uova.

Il lavoro proseguì incalzante, con fasi di impasto e di riposo, impasto e riposo, finché ottenne una pasta omogenea e compatta, ma morbida e un pò appiccicosa.

Non restava che aggiungere il formaggio grattugiato utilizzando la tecnica delle pieghe di rinforzo.

Ancora lavoro e riposo, lavoro e riposo…

Pensate sia finita? Non per il nostro impastatore!! Prese i grassi che aveva scelto e iniziò ad incorporarli.

Decise di agire in tre fasi in cui osservò sempre l’alternanza lavoro e riposo perché la sua torta non fosse stressata! [..in fin dei conti è Pasqua… prendiamoci un pò di tempo per noi e le nostre torte!! ]

L’impastatore si preparò all’ultima fatica… introduzione del formaggio a tocchi.

Grazie alla tecnica delle pieghe e rispettando i tempi della sua creatura, incorporò tutto il buon formaggio a pezzetti nel suo impasto prezioso.

L’impastatore si concesse allora un sospiro di soddisfazione…

Ma l’impresa era tutt’altro che conclusa…

Iniziava appena la terza parte di questa lunga storia.

Dopo la riuscita della biga, dopo essere riuscito a non stressare la massa, l’impastatore individuò lo stampo ideale e il posto giusto per far lievitare le proprie creazioni.

E voi cosa sceglierete? Coccio come una volta? Alluminio come si fa comunemente ora? Stampo in silicone, o pirottini come le ultime tecnologie dei materiali ci propongono??

Non so.. scegliete cosa credete sia meglio per la vostra torta.

A questo punto la memoria va al ricordo di mia nonna che nascondeva le torte tutte belle infagottate dentro una madia nel sottotetto della sua mansarda…

Da piccolina quella era per me come la stanza più remota della torre più alta del castello.

Beh si… mi sembra adeguato come posto per la lievitazione di una pasta gialla e ricca come la corona di un re.

Chi non avesse una stanza remota nella torre più alta del castello… insomma se non avete idea di dove porre le vostre creature, un impastatore saggio vi consiglierebbe di prendere delle buste di plastica alimentare per ottenere un’ottima camera di lievitazione! (28°-32°)

Ponetele all’interno di un mobile in cucina belle coperte e tutto dovrebbe filare liscio… spero!

L’impastatore poté finalmente riposarsi avendo posto le sue torte al calduccio.

Sapeva che ora il tempo avrebbe fatto la magia…

Il riposo, il tempo, la lentezza.

Il giorno seguente, il sabato santo, arrivò il momento della cottura.

Di buon mattino, l’impastatore si svegliò e diede il buongiorno alle sue torte scoprendo che, nella notte, avevano raddoppiato il loro volume ed erano pronte per essere infornate.

Sapeva che a breve la sua cucina si sarebbe impregnata del profumo della Pasqua.

A questo punto le storie possono prendere tante strade diverse che porteranno verso finali unici nel loro genere… e nel loro sapore.

La fase della cottura è un momento catartico della storia…

i forni, i tipi di stampi, le grandezze e il numero delle torte da cuocere faranno sì che ogni avventura possa sorprendervi con mille sfaccettature diverse.

In bocca al lupo per le vostre scelte.

L’impastatore prese la sua torta da 500 g e la ripose nel forno casalingo che aveva preriscaldato a 200°.

Abbassò allora la temperatura a 180° e lasciò che la magia in circa 30 minuti si compisse.

.. e fu subito Pasqua…

tag:"torta di pasqua"
La torta di Pasqua che, da tradizione, va consumata la mattina di pasqua con capocollo e uova

Assisi – Da est a ovest e ritorno, passando per Santa Chiara

Ben trovati Wander Travelers. Pronti a scoprire un altro pezzo della bellissima Assisi? Oggi il nostro itinerario ci permetterà di attraversare tutta la città in senso longitudinale, visitando tra le altre cose la bellissima basilica di Santa Chiara.

Cominciamo!

Il nostro punto di partenza è Porta Nova, l’ingresso più orientale della città.

Appena varcata la soglia, all’orizzonte si defila la sagoma di un campanile; ne parleremo a breve e approfonditamente, essendo la sagoma del campanile della basilica di Santa Chiara.

tag:"santa chiara"
Lo skyline appena varcata Porta Nova

Godetevi il panorama che di tanto in tanto fa capolino alla nostra sinistra.

Mentre ci avviciniamo alla basilica, possiamo cominciare a farci un’idea della maestosità degli edifici che compongono il complesso.

Oltrepassate l’arco davanti a voi e vi troverete a costeggiare la basilica di Santa Chiara.

Chiara di Assisi nacque da una famiglia agiata; ben presto rimase affascinata dalle prediche di Francesco, interiorizzando le sue parole e diventando sempre più convinta della bontà delle sue azioni.

Nella notte della domenica delle palme del 1211 o del 1212 decise di fuggire da casa e unirsi a Francesco e ai primi frati.

Chiara ben presto divenne un esempio per tante donne di Assisi e delle campagne; fondò l’ordine delle clarisse, in modo che altre ragazze come lei potessero abbracciare una vita votata alla povertà e alla preghiera.

Santa Chiara, in tantissime raffigurazioni è rappresentata con un ostensorio in mano; questo perché il 22 giugno 1241, Assisi stava per essere assediata dai Saraceni che si trovavano a San Damiano.

La leggenda vuole che Chiara prese un ostensorio e lo espose in finestra; da esso si liberò una luce talmente potente che accecò i Saraceni e li costrinse a ritirarsi.

A lei fu dedicata la chiesa che ora state osservando, realizzata dopo la sua morte, tra il 1257 e il 1265.

La basilica è realizzata con la pietra rosa del Subasio e caratterizzata dai magnifici archi rampanti disposti sui lati della chiesa; essi non sono altro che contrafforti per dare più stabilità alle facciate laterali.

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Santa Chiara

L’interno della basilica dovrete venirlo a vedere di persona; visitandolo, noterete un crocifisso un pò particolare, copia esatta dell’originale custodito a San Damiano; è il crocifisso di san Damiano, simbolo importantissimo del francescanesimo.

Posizionatevi di fronte alla facciata della basilica e osservate la bellezza del rosone che sovrasta l’ingresso, oltre che l’armoniosità con cui sono stati realizzati gli archi.

I costruttori, pur avendo necessità di rinforzare le mura, hanno trovato una soluzione al tempo stesso efficace ed esteticamente stupenda.

Nella cripta della basilica sono conservate le reliquie della santa, cosi come nella basilica di San Francesco sono conservate le reliquie del santo, a testimonianza della viva vicinanza di Francesco e Chiara alla città di Assisi.

La piazza antistante alla basilica si presta magnificamente a rilassarsi un po’, approfittando dell’ombra degli alberi e scattando qualche bella foto sul panorama della piana e della città che vi si offre davanti agli occhi.

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Assisi vista da Piazza Santa Chiara

Una volta pronti, torniamo sui nostri passi per ammirare due delle vie più belle di tutta Assisi; via Sermei e la Salita degli orti.

Percorrete la salita degli orti e riscendete per via Sermei, ritrovandovi di nuovo davanti alla basilica; questa piccola deviazione di dieci minuti vi aprirà il cuore alla bellezza… parola nostra.

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Salita degli Orti – foto di Sergio Speziali

Torniamo in via Santa Chiara e scendiamo lungo via S.Agnese (che per inciso era la sorella di Chiara).

Percorrendo la via, a un certo punto giratevi e ammirate il bellissimo scorcio della basilica di Santa Chiara che vi è offerto.

Arrivati a un incrocio, voltate a destra e poi subito a sinistra per via Bernardo da Quintavalle, caratteristica via assisana, stretta, tortuosa e ovviamente a senso unico per le macchine (a malapena ne passa una).

Percorrete la via fino all’incrocio con via Brizi e scendete fino a che via Brizi non diventa via Fontebella.

Questo pezzo di Assisi ci offre tantissimi scorci interessanti, sia paesaggistici sia architettonici.

Prendetevi tutto il tempo necessario per riportare ai vostri parenti delle belle foto, testimonianza del momento magico che state vivendo.

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Via Fontebella

Percorriamo tutta la lunghezza di via Fontebella e arriviamo al “crocicchio”, dove si intersecano 4 vie differenti; Via Fontebella, via Frate Elia, via Marconi e via Piaggia San Pietro.

Salendo via Frate Elia vi ritroverete nel piazzale inferiore della Basilica di San Francesco.

Proseguendo per via Marconi potrete fare delle bellissime foto al profilo laterale della basilica e del convento.

Vi lasciamo dieci minuti di libertà, in modo che possiate gironzolare per i negozi, o prendervi un caffè, una pizza o un panino.

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Il “Crocicchio”

Appena pronti scendiamo lungo via Piaggia San Pietro.

La via termina in borgo San Pietro; indovinate come si chiama la chiesa che vi trovate davanti? Ovviamente San Pietro…

Questa chiesa, costruita con la pietra rosa del Subasio, risale circa al X secolo. Sia l’esterno che l’interno meritano una visita molto attenta; oltre la chiesa inoltre, c’è il monastero con l’orto benedettino, che è possibile visitare in particolari giorni della settimana.

La particolarità della chiesa di San Pietro, che la rende unica nel suo genere in tutto il territorio assisano, è quella di non appartenere all’ordine francescano, bensì a quello benedettino.

Dovete sapere infatti che verso la fine del 1200 fu emanato un editto in cui si proibiva a tutti gli ordini, diversi da quello francescano, di costruire o acquistare terreni.

Mettetevi seduti sul prato e riposatevi un po’; finora siamo scesi… ora si risale.

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La chiesa benedettina di San Pietro

Quando vi sentite pronti, saliamo lungo Borgo San Pietro, che presto diventa via S.Apollinare. In via S.Apollinare merita una visita l’omonima chiesa, che trovate sulla destra e, soprattutto, il vescovado importante luogo del francescanesimo perché in esso troviamo la sala di “spoliazione” di San Francesco, ovvero il luogo in cui Francesco si spogliò dei suoi vestiti e dei suoi averi, donandosi totalmente a Dio.

Continuiamo a salire fino all’incrocio con la fontana in mezzo (ci siamo passati scendendo).

Riprendiamo via S.Agnese e, percorsi 100 metri deviamo in via Moiano, che diventa ben presto via fonti di Moiano.

Le fonti di Moiano erano note già nel XII secolo per la salubrità delle acque; appena sotto la strada si trova una sorgente curativa.

Questo luogo per secoli fu caro agli assisani ed oggi, dopo le ristrutturazioni, è godibile anche da noi turisti.

Proseguendo ci ritroveremo, dove la nostra passeggiata è iniziata, ovvero a Porta Nova.

Dopo una faticata del genere, rifocillatevi con una bella doccia e preparatevi per uscire; se di giorno Assisi è bella, di notte diventa magica, trasportandovi indietro nel tempo, fino a quando per strada, alla luce fioca delle lanterne, potevate imbattervi in una piccola suora di nome Chiara.

Le Frittelle di San Giuseppe – Il gustoso omaggio dell’Umbria a tutti i papà

Ben ritrovati Wander Travelers e buona festa di San Giuseppe…

Quest’anno, per la prima volta sarò tra i “festeggiati”; insieme a Monica, abbiamo pensato di aiutarvi nella preparazione del dolce tipico di questa giornata: Le frittelle di San Giuseppe.

San Giuseppe, oltretutto, è anche il patrono di Orvieto, la città della rupe; questo ci consentirà di parlare delle celebrazioni che si svolgono ad Orvieto e di fornirvi la ricetta delle frittelle.

Prima di cominciare, avete già provato a preparare gli altri dolci che vi abbiamo proposto? Il torcolo di San Costanzo? Il Panpepato? Provate a diventare dei veri cuochi della tradizione umbra… 😉

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San Giuseppe patrono di Orvieto
Ad Orvieto è festa grande il 19 Marzo. La chiesa intitolata al patrono è vestita a festa e già dalla mattina presto i fedeli si recano in essa per rendergli omaggio.

La festa però comincia già dal 18 Marzo, con la processione dal duomo alla chiesa di San Giuseppe, accompagnata dalla filarmonica cittadina. Nel frattempo, sulla piazza, le frittelle diventano le protagoniste assolute, regalando ai turisti e agli orvietani, un momento di estasi gastronomica.

Ovviamente non sarete gli unici a voler passare la festa di San Giuseppe ad Orvieto, quindi non arrivate troppo tardi e soprattutto non arrivate con la fretta di fare, vedere, consumare e poi ripartire.

Se avete il fine settimana a disposizione, prenotate un albergo ad Orvieto e godetevi la festa fino in fondo, partecipando alle celebrazioni, senza pensare alla macchina, al cellulare, al lavoro. lasciatevi trasportare dalla spiritualità della giornata, e soprattutto dal desiderio di soddisfare la  vostra golosità.

La migliore esperienza che potrete fare qui oggi è passeggiare lungo Corso Cavour, con una bella frittella in mano e con l’odore di fritto e di dolce che pervade l’aria, ascoltando la musica che risuona per tutta la città.

Non abbiamo ancora parlato di Orvieto, ma presto lo faremo in un articolo dedicato esclusivamente a questa bellissima città.

In Umbria, la festa di San Giuseppe coincide idealmente con la fine dell’inverno periodo in cui si celebrano anche i riti di purificazione agraria, effettuati nel passato pagano. E’ proprio in quest’occasione che si bruciano i residui del raccolto sui campi, grandi cataste di legna vengono accese ai margini delle piazze e vengono preparate le famose frittelle, piatto tipico di questa festa.

A questo punto, dopo una brevissima introduzione alla festa, addentriamoci nello stupefacente mondo delle frittelle.

Frittelle di San Giuseppe

Ingredienti per circa 35-40 frittelle:
– 200 gr di riso
– 600 gr di latte
– 300 gr di acqua
– 2 uova
– 90 gr di burro
– 80 gr di zucchero
– uva sultanina (opzionale)
– 2 cucchiai di Rum (o Vinsanto o Marsala)
– buccia di limone grattugiata
– buccia di arancia grattugiata
– 1 pizzico di sale
– olio per friggere

Preparazione:

Mettete il latte con l’acqua in una pentola
Fate scaldare il latte quindi aggiungete un pizzico di sale e metà del burro (45 gr)
A questo punto aggiungete metà dello zucchero facendo sciogliere bene
Buttate quindi il riso e aggiungete la scorza grattugiata del limone (oppure la buccia intera che farete bollire insieme al riso)
Fate cuocere a leggero bollore  fino a che il latte si sarà assorbito tutto
Quindi aggiungete il rimanente zucchero e burro e mescolate;
fate raffreddare il riso alcune ore (anche tutta la notte, come da tradizione);

l’impasto raffreddato deve essere duro da lavorare con il cucchiaio;  aggiungete i tuorli d’uovo sbattuti e mescolate bene
montate gli albumi a neve ferma aggiungeteli al riso
e mescolate bene aggiungendo anche il rum ( io aggiungo anche l’uvetta che mi piace, anche se a questo punto separo gli impasti e ne faccio un pò con l’uvetta e un pò senza)

Mescolate nuovamente fino ad ottenere un composto omogeneo che deve essere abbastanza duro (se non lo fosse aggiungete un cucchiaio di fecola)
Mettete a scaldare l’olio in una padella; create una pallina di composto e immergetela nell’olio bollente
Ripetete il procedimento mettendo a friggere altre frittelle (non mettetene troppe insieme, meglio friggerne un pò per volta); fate dorare le frittelle quindi scolatele e utilizzate uno scottex per assorbire l’olio in eccesso.
Spolverate le frittelle con lo zucchero (semolato o a velo, dipende dai gusti)

Servite le frittelle calde…

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Le frittelle pronte per essere mangiate
Buon appetito

STAY WANDER

Perugia – Piazza IV Novembre, il cuore dell’acropoli

Ben trovati Wander Travelers e… benvenuti in Piazza IV Novembre!

Piazza IV Novembre, per ogni perugino, è il centro pulsante della città, il luogo d’incontro per eccellenza.

La piazza è l’unico luogo dove i territori di tutti e cinque i rioni di Perugia si toccano, a voler rimarcarne l’importanza e la centralità nella vita dei perugini, passati e presenti.

Aldo Capitini, famoso filosofo e politico perugino, nel 1947 scrisse della sua piazza

“il luogo dove le folle della città si son sempre radunate, dove han predicato San Francesco e San Bernardino, dove sono avvenute paci, riconciliazioni, sottomissioni, decapitazioni degli alti personaggi, rappresentazioni sacre.”

La piazza, nel corso del tempo, ha cambiato più volte il nome, spesso in funzione di chi comandava la città.

In origine si chiamava Piazza Grande, poi Piazza del Vescovato e Piazza San Lorenzo, Piazza del Duomo, Piazza del Comune e infine piazza IV Novembre.

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Perugia vista dalle scale del duomo; in primo piano Palazzo dei priori e la Fontana Maggiore

A proposito… sapete perché si chiama cosi? Perché Perugia e i perugini assegnarono questo nome al luogo più importante dell’acropoli? Che cosa è successo il 4 Novembre?

Un po’ di storia non guasta mai… 😉

Il 14 settembre 1860 le truppe piemontesi, 15.000 uomini al comando del generale Fanti, riescono a penetrare nella città e a conquistarla, dopo aver costretto alla resa l’ultima guarnigione di soldati svizzeri asserragliata nella Rocca Paolina.

In seguito alla battaglia di Castelfidardo (18 settembre), tutti i territori di Umbria e Marche furono annessi al Regno di Sardegna.

L’annessione verrà ufficializzata con il plebiscito del 4 novembre 1860.

Dopo secoli di dominio e oppressione pontificia, Perugia è finalmente liberata.

Ora è facile capire perché il governo perugino decise di dedicare la piazza più importante della città a quest’avvenimento.

Dopo questo piccolo (ma doveroso) excursus storico, possiamo fare quello che più ci piace; iniziamo a gironzolare per la piazza.

Arrivando da via Calderini (ci eravamo lasciati lì l’ultima volta che abbiamo passeggiato per Perugia, vi ricordate? Se volete, potete rinfrescare la memoria cliccando qui), entriamo in piazza e non possiamo fare altro che rimanere affascinati dall’armoniosa bellezza che si è mostrata ai nostri occhi.

Alla nostra destra il duomo di San Lorenzo, di cui possiamo vedere la fiancata (Perugia è tra le pochissime città in Italia, se non l’unica, in cui la facciata frontale del duomo non dà sulla piazza principale).

La fiancata è caratterizzata dalle “Logge di Braccio”, opera commissionata da Braccio Fortebraccio da Montone nel 1423.

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Facciata laterale del duomo che affaccia sulla piazza. a sinistra le logge di Braccio

I lavori della cattedrale, ispirati da un progetto di Fra Bevignate nel 1300, furono iniziati nel 1345 e completati nel 1490, dopo tantissimi ampliamenti e modifiche.

Se salite le scale del duomo, noterete subito lo stacco cromatico (e di materiale) tra i rombi in marmo rosa e bianco e la parete superiore. Quei rombi furono prelevati dalla cattedrale di Arezzo, dopo la vittoria nella battaglia del 1335.

Ai lati della porta troviamo la statua di papa Giulio III (uno dei pochi papi simpatici ai perugini perché riportò le magistrature locali) e un piccolo pulpito da cui predicava, tra gli altri, San Bernardino da Siena.

La porta principale, come già detto, non è quella che dà su Piazza IV Novembre, bensì è quella che affaccia su piazza Danti (per trovarla basta che proseguiate la strada tenendovi piazza e duomo alla vostra sinistra).

L’interno del duomo di Perugia è un trionfo di bellezza e di maestosità; le navate, lunghe quasi 70 metri e alte 25, vi faranno sentire piccoli piccoli.

Appena entrati, sulla sinistra, protetta da un cancello e da ben quattordici serrature, si trova la reliquia dell’anello nuziale della Vergine Maria.

Non siamo soliti mostrare gli interni degli edifici da visitare, ma per il duomo facciamo una piccola eccezione… 😉

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L’interno del Duomo di Perugia

Davanti a noi, la bellissima Fontana Maggiore, realizzata da Nicola e Giovanni Pisano (contribuì alla costruzione anche fra Bevignate) nel 1278; essa, inizialmente, era alimentata dal nuovissimo (per l’epoca ovviamente) acquedotto di Monte Pacciano.

Presto però l’acquedotto cominciò a non essere più sufficiente per il fabbisogno della città e cominciò a dare problemi.

La fontana è composta di due vasche in pietra serena (la pietra di Assisi), sormontate da una tazza bronzea e dal gruppo delle tre ninfe.

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La Fontana Maggiore vista dall’alto – foto del portale turismo del comune di Perugia

La bellezza della Fontana Maggiore risiede, oltre che nella qualità artistica con cui è stata realizzata, nella filosofia del suo essere.

Le decorazioni, non solo rappresentano uno stupendo esempio di arte gotica, ma compongono una vera e propria enciclopedia, adatta a tutti i ceti sociali, secondo le proprie possibilità.

La vasca inferiore è decorata con sculture che si rifanno alle simbologie agrarie e di cultura feudale (il calendario dei lavori agricoli per intenderci); oltre a questo, sono rappresentati i mesi dell’anno e i segni zodiacali.

La vasca superiore, composta da 24 nicchie, rende omaggio al sapere universale (sono raffigurati il fondatore di Perugia Euliste, figure bibliche, il Trasimeno, la stessa Perugia…

Intorno ad essa, ci sono delle scritte in latino, che cominciano cosi:

“Guarda tu che passi, la gioconda vita di questa fontana. Se osservi bene puoi vedere cose mirabili. Sant’Ercolano o Lorenzo non cessate di implorare, che conservi le acque colui che siede sopra gli Astri.

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Fontana Maggiore by night

Vorrei continuare, perché la fontana meriterebbe più attenzione… ma vi toglierei il gusto di venire a vedere di persona… 😉

Girandoci in direzione di Corso Vannucci, a destra, non potete non notare l’edificio simbolo di Perugia nel mondo; il Palazzo dei Priori.

La costruzione iniziò nel 1293; nel tempo furono acquisiti gli edifici circostanti e “inglobati” nel palazzo, che continuava a crescere di dimensioni.

Nel frattempo il clero (che ovviamente non poteva avere un “palazzo del potere più piccolo”) ampliava il duomo.

Della guerra a “chi ce l’ha più grosso”, ne beneficiarono soprattutto i perugini, che oggi hanno ricevuto in eredità una delle più belle piazze d’Italia.

Tornando al palazzo dei Priori, saliamo la scalinata che ci troviamo dinanzi ed entriamo nella Sala dei Notari (così chiamata perché ospitò l’Udienza dei Notari).

Sopra la porta, i simboli del leone (fazione guelfa) e del grifo (Perugia) ci accolgono.

Come sempre noi non vi diremo cosa vedrete varcata la porta; è compito vostro scoprire cosa c’è. Posso però dirvi che la sala dei Notari lascia ogni volta a bocca aperta chiunque entri, perugini e non.

Usciti dalla Sala dei Notari, alla vostra sinistra ci sono delle scale che portano ad un’altra sala, la Sala della Vaccara.

Ci sono molte ipotesi sull’origine del nome; la più probabile è che sia riferita alle pergamene (vacchette) che contenevano i registri del comune e che in quella sala erano conservate.

Scendiamo le scale e dirigiamoci a sinistra; finito il palazzo c’è una viuzza, Via della Gabbia. Lungo il muro di palazzo dei Priori, erano appese le “gabbie” dei detenuti.

Non era raro vedere cadaveri di persone lasciati morire dentro le gabbie dopo aver commesso furti o omicidi, a monito per tutti quelli che intendevano delinquere.

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Palazzo dei Priori visto da maestà delle volte; a destra via della Gabbia – foto di Sergio Speziali

Tra il palazzo dei Priori e il duomo sorge il palazzo del Vescovato. Costruito nella seconda metà del XVII ha avuto una storia piuttosto travagliata, danneggiato e ricostruito più volte.

Dalla parte opposta, chiudono la piazza palazzo Ermanni Conestabile della Staffa e il palazzo Friggeri.

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Palazzo Conestabile della Staffa e Friggeri. In alto a destra, il leone e il grifo, custodi dell’ingresso della Sala dei Notari – foto di Sergio Speziali

Dirigetevi al centro di Piazza IV Novembre e, per un momento, immaginate di essere nel XVIII secolo; intorno a voi eminenze rosse e grigie, predicatori, pellegrini e furfanti, cantastorie e ciarlatani, venditori di stampe e di lanterne, insieme alla loro mercanzia, si scambiano notizie e pettegolezzi.

Tutto questo, unito al rumore delle botteghe degli artigiani, ha fatto da sottofondo al luogo simbolo di Perugia per eccellenza, in una storia lunga secoli.

Da qualche anno a questa parte Piazza IV Novembre sta riacquistando la centralità che gli spetta di diritto, grazie all’interesse mostrato sia dalle varie amministrazioni comunali, sia dagli organizzatori di grandi eventi, che hanno riscoperto la magia di questo luogo.

Se possiamo, vorremmo consigliarvi un libro che a noi è piaciuto molto e che vi permette di capire tantissime cose di Perugia

Da questo punto, da Piazza IV Novembre, partiranno le nostre passeggiate alla scoperta dell’acropoli.

Abbiamo pensato molto a come proporre la visita di Perugia e il modo migliore che ci è venuto in mente, è quello di visitare tutti i Rioni, uno a uno, per non perdersi niente di questa fantastica città.

Prossima tappa il Rione di Porta Santa Susanna.

STAY WANDER

Lago Trasimeno – Una storia lunga 20 milioni di anni

Ben trovati Wander Travelers… conoscete il Lago Trasimeno? Splendidi panorami, tramonti mozzafiato, borghi incantevoli, buon mangiare…

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Uno dei fantastici tramonti che il lago Trasimeno vi può offrire. Foto di Sergio Speziali

Parleremo di tutto questo nel blog… ma con calma.

Il lago Trasimeno è una meraviglia da gustare un po’ per volta, adagio, assaporando ogni momento passato sulle sue rive, come si gode di una leggera brezza dopo una giornata afosa.

Ho pensato di cominciare la serie degli articoli dedicati al lago in maniera un po’ diversa dal solito; sapete come si è formato? Com’è cambiato il paesaggio nel tempo, fino a raggiungere lo splendore che è ora? Come si sono formate le isole al suo interno?

Ecco… ho deciso di cominciare da qui, dalla mia materia universitaria: La geologia.

Rovistando nei vecchi appunti, ho scovato una lezione tenuta dal preside della mia facoltà (il professor Massimiliano Barchi) in cui si parlava di studi e indagini effettuate nel lago per riuscire a ricostruirne la storia.

Tra le favolose lezioni del mio professore, i quattro scarabocchi che ho conservato e la memoria da studente rispolverata per l’occasione, ho messo insieme tutti i pezzi necessari per raccontarvi la favolosa storia del lago Trasimeno. Mettetevi comodi…

PARTIAMO!!!!

Il Lago Trasimeno, il più grande lago dell’Italia peninsulare con i suoi 120 km2 di estensione, ha origini completamente diverse dagli altri grandi laghi italiani.

I laghi alpini (Lago di Garda, Lago Maggiore, Lago di Como, Lago d’Iseo) sono di origine glaciale; essi si sono formati in seguito al riempimento di valli scavate dai ghiacciai durante il Quaternario (periodo geologico tuttora in corso e cominciato circa 2,5 milioni di anni fa).

I laghi laziali (Laghi di Bolsena, Vico, Bracciano,) sono di origine vulcanica: le caldere dei vulcani (le bocche da cui usciva lava) sono state riempite via via dalle acque.

Il lago Trasimeno ha origini tettoniche. Le acque hanno riempito una depressione formatasi in seguito al movimento della crosta terrestre; i movimenti della crosta avvengono lungo dei piani di scorrimento (faglie) che rappresentano il piano di rottura dove scorre e si muove la crosta.

Ultimamente, dopo i recenti terremoti che hanno colpito Amatrice, Norcia e Castel Sant’Angelo sul Nera si è sentito molto parlare di faglie; ne ho sentite di tutti i colori a dir la verità.

Una mattina, mentre facevo colazione al bar, due ragazze parlavano del fatto che la faglia di Amatrice, arrivasse addirittura in Giappone, poiché c’erano stati dei terremoti che secondo loro erano riconducibili a questo.

Vi giuro, avrei preferito versarmi il cappuccino bollente nelle orecchie.

Senza che vi annoi sulla definizione di faglia, vi rimando al link di wikipedia che ci dice tutto quello che ci serve di sapere su cosa è una faglia e come funziona.

Finito questo piccolo inciso, torniamo al nostro lago.

Il lago Trasimeno, a differenza dei laghi di origine vulcanica e glaciale, è un lago laminare.

La sua profondità massima è di circa 6 metri, a differenza di Bolsena (151 m, vulcanico) Garda (346 m, glaciale).

Nel corso dei secoli, in seguito a periodi particolarmente siccitosi, la vita del lago è stata più volte messa a repentaglio, a causa proprio della scarsa profondità.

Nel 2003 il lago Trasimeno arrivò a registrare picchi negativi di -190 cm dallo zero idrometrico.

Dal punto di vista geomorfologico, il lago Trasimeno si trova a cavallo di due importanti depressioni tettoniche, la Val di Chiana e la Val Tiberina.

Ora, mi rendo conto che sto mettendo moltissima carne al fuoco, parlando di faglie, piani di rottura, depressioni tettoniche (queste ultime non sono altro che buche molto grandi ;-)) ma abbiate pazienza; un po’ di linguaggio tecnico devo utilizzarlo. Prometto di essere il più chiaro possibile.

Sapete che un tempo, il lago Trasimeno era un golfo del mar Mediterraneo? Com’è possibile?

La risposta è individuabile in due fenomeni geologici importantissimi che hanno contribuito a modellare il paesaggio cosi come adesso lo osserviamo: orogenesi, trasgressione e regressione marina.

Le montagne si formano in seguito allo scontro delle placche litosferiche, che generano pressioni in grado di rompere, piegare e sollevare la terra.

Nel corso di milioni di anni queste pressioni sono in grado di formare le montagne; questo processo geologico è detto orogenesi.

La catena Appenninica si è formata proprio in questo modo, ed è costituita da unità tettoniche (non sono altro che porzioni di crosta) sovrapposte.

La zona del lago Trasimeno è stata interessata da fenomeni di tettonica compressiva nel corso del Miocene, circa tra 18 e 12 milioni di anni fa.

Una volta che la catena emerge, inizia il processo di erosione da parte degli agenti esogeni (acqua, vento, sole, neve, ghiaccio).

Il Mediterraneo, a seguito di una fase erosiva particolarmente intensa (5,5 milioni di anni fa, corrispondente alla fine del Miocene), rimane isolato dalla circolazione oceanica ed è rapidamente disseccato dall’evaporazione, con un abbassamento del livello marino di circa 1500 m (per intenderci 200 metri in più dell’altezza del Subasio, una bella massa d’acqua insomma).

L’abbassamento del livello del mare provoca un forte aumento dell’attività erosiva.

Proprio in questa fase, si forma un paesaggio fluviale molto articolato; una delle valli formatasi da questo processo, ospiterà il Trasimeno.

Con la fine della crisi Messiniana (periodo geologico), il livello del mare risale rapidamente e all’inizio del Pliocene (circa 5 milioni di anni fa) raggiungendo il suo massimo livello (trasgressione marina).

Il Tirreno s’insinua profondamente tra le strutture emerse dell’Appennino; le zone più alte rimangono emerse, mentre le zone più depresse sono allagate.

Il tratto marino più orientale occupava l’attuale bacino della Val di Chiana, e il Lago Trasimeno ne costituiva un Golfo.

Alle fasi orogeniche (compressive) segue una nuova fase tettonica di tipo estensionale o distensivo (ad esempio i recenti terremoti del 2016 di Amatrice e Norcia si sono generati su faglie dirette, avendo perciò una cinematica distensiva), che andrà a modellare, come le conosciamo ora, la Val di Chiana e la Val Tiberina.

Il lago Trasimeno si colloca in mezzo alle due valli, lungo la dorsale che le separa. Verso la fine del Pliocene (circa 3 Milioni di anni fa) il mare si ritira temporaneamente dalla regione (regressione marina).

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La posizione del Lago Trasimeno dopo la trasgressione marina del Pliocene e l’inizio della fase tettonica distensiva. Schema tratto dall’articolo del professor Barchi.

La successiva trasgressione marina, nel Pleistocene inferiore (circa 2 Milioni di anni fa), procede da Sud e non raggiunge la latitudine del Lago Trasimeno.

Da questo momento, il Trasimeno non avrà più contatti con il mare.

La tettonica però, continua a essere attiva, mentre il clima continua a cambiare.

Verso la fine del Pleistocene inferiore (fra 1.4 e 0.7 Milioni di anni fa) il mare si ritira definitivamente dalla regione, che subisce un lento ma costante sollevamento (pochi decimi di millimetro ogni anno).

In questa fase si formano una serie di piccoli bacini lacustri o palustri, in parte isolati, la cui subsidenza (l’abbassamento del suolo) è legata al proseguire dei movimenti tettonici.

In uno di questi bacini, quello di Pietrafitta, si depone uno spesso banco di lignite, da cui un milione e mezzo di anni dopo i paleontologi estrarranno i resti fossili di una ricca fauna, oggi conservata nel Museo Fossile.

Il Trasimeno, oltre che risorsa da tutelare, rappresenta una vera e propria enciclopedia del tempo, grazie al quale è stato possibile ricostruire la storia geologica di questa parte della nostra regione.

Spero che il discorso appena fatto sia stato chiaro e comprensibile; non mi sono addentrato nello specifico perché non ci serve di sapere per filo e per segno la storia del Trasimeno.

Il nostro scopo è di rendervi consapevoli che ogni volta che ammirerete un tramonto al lago, starete osservando un paesaggio che si è formato in 20 milioni di anni.

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Panoramica del Lago Trasimeno, un paesaggio tuttora in evoluzione. Foto di Sergio Speziali

Per i più curiosi: di seguito il link per leggere l’articolo completo sulla storia del lago Trasimeno, scritto da M.R Barchi et al.

STAY WANDER

Corciano – Borgo medievale a due passi da Perugia

Ben ritrovati Wander Travelers… Siete in viaggio in Umbria e avete un pomeriggio libero, non sapendo cosa fare? Vi consigliamo di visitare Corciano.

In passato io e Monica siamo stati spesso a Corciano, per prendere un gelato o per fare una semplice passeggiata, rimanendo non più di un’oretta.

Ci siamo tornati di domenica con l’intento di raccogliere informazioni da potervi dare… Abbiamo passato un pomeriggio intero camminando su e giù per le sue viuzze, scoprendo i suoi vicoli più nascosti, incontrando le persone che abitano questo splendido borgo e chiedendo informazioni sulla loro città.

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Monica a passeggio per Corciano
Siamo rimasti stupiti dalla profonda conoscenza del territorio dei corcianesi, e l’incrollabile attaccamento al loro piccolo borgo, non a caso eletto tra i “Borghi più belli d’Italia”.

Siete pronti a scoprire Corciano, la sua storia e le sue vie??

Let’s go!!!

Secondo la leggenda, narrata ne “Il conto di Corciano e Perugia”, Corciano fu fondata da Coragino, eroe troiano che arrivò in Umbria insieme ad Euliste (Ulisse), fondatore di Perugia. Un giorno Euliste disse a Coragino che aveva fondato Perugia per sé e per la sua famiglia… Non per altri…

Coragino captò il messaggio, neanche troppo sibillino, e se ne andò da Perugia, incamminandosi con altre famiglie verso Ovest. Varcata la “Montagna Alta” (Monte Malbe il nome attuale), scoprirono un territorio ricco di acqua, selvaggina e vegetazione. Coragino e gli altri decisero di stabilirsi qui… Comincia ufficialmente la storia di Corciano.

Le vicissitudini di Corciano, data la vicinanza a Perugia, sono strettamente legate ad essa.

Ad esempio, nell’Agosto del 1310, i soldati corcianesi combatterono a fianco di quelli perugini contro Todi. I soldati tuderti avevano occupato buona parte del territorio perugino e questo ovviamente non era gradito ai signori di Perugia. I due eserciti respinsero i tuderti attraverso la vallata fino alle porte della loro città; tornando indietro, portarono a Corciano alcune pietre tolte dal ponte di Monte Molino (trofeo di guerra) e le murarono nell’arco di ingresso al paese, ancora oggi chiamato Arco della Vittoria, sulla cui sommità è posizionata una lapide commemorativa.

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Tavoletta di cotto con la storia o il nome dei monumenti
Tra gli episodi più importanti della storia di Corciano, non possiamo non citare i tentativi di assedio di Braccio Fortebracci da Montone, che cercò a più riprese di conquistare il castello corcianese.

La prima volta (1415) le truppe di Corciano riuscirono a respingerlo, ma nulla poterono nel 1416 davanti alla forza e all’impeto di Braccio, che nel 1417 conquistò anche Perugia.

Ci sarebbe ancora tanto da parlare riguardo alla storia di Corciano, ad esempio della lotta delle due famiglie perugine Oddi e Baglioni, che inevitabilmente coinvolsero il territorio corcianese, oppure la visita di Papa Giulio II nel 1506, dell’arrivo dei piemontesi, la liberazione dal fascismo…

Non è questo il nostro compito vero?? Per questo ci sono le guide.

Cominciamo a girovagare per Corciano…

Arrivando in macchina, procedete lungo via Roma, la via che costeggia le mura, e continuate fino a che non trovate uno spiazzo sulla sinistra (via Roma nel frattempo è diventata via Cornaletto prima e via Francesco Ballerini poi); qui trovate un primo parcheggio, nei pressi dell’infopoint turistico (la guida turistica che vendono qui è molto ben fatta, 10 euro di spesa).

Una volta lasciata la macchina, trovate delle scalette che vi porteranno in via Fabrizio Ballerini; seguite questa via andando verso destra. Cominciate a guardarvi intorno, godete del panorama che spazia su tutta la valle (sapete che una volta questa valle era ne più ne meno una palude?).

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Lo splendido panorama di cui gode Corciano
Toccate la pietra con cui sono fatte le case, proveniente dal monte che si trova dietro Corciano (Monte Malbe)… Pietra dura, compatta, adatta a resistere nel tempo, adatta a proteggere… Proseguendo, a sinistra troverete un arco (via Mattioli), mentre a destra avrete un bellissimo scorcio del monastero di S.Agostino, edificato intorno al 1313, oggi proprietà privata.

Proseguendo per un centinaio di metri, troverete alla vostra destra Porta Santa Maria, il simbolo di Corciano nel mondo, e subito dietro l’arco della Vittoria, di cui abbiamo già parlato. La porta era la via di accesso principale alla città nel XIV sec.

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Porta Santa Maria
Se la attraversate e la osservate dall’esterno, godetevi la bellissima contrapposizione del torrione, basso e tozzo, (datato 1482) costruito per ospitare i soldati e per fornire un valido riparo dagli assedi, e la figura alta e snella della torre della chiesa di Santa Maria Assunta.

Attraversate l’arco della vittoria e salite la scalinata che vi porterà davanti alla chiesa e alla torre. La chiesa è quella di riferimento per tutte le altre della città, conventuali o parrocchiali che siano.

Se alzate lo sguardo verso la cima della torre, potrete scorgere la “Leona”, la campana grande che pesa più di dieci quintali; si chiama cosi in ricordo di papa Leone XIII, pontefice regnante al momento della sua realizzazione.

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La chiesa di Santa Maria Assunta e la torre
Come sempre, la peculiarità di un vero Wander Traveler è il piacere di scoprire; per questo non parleremo dell’interno della chiesa, ma vi possiamo consigliare vivamente di visitarla.. ;-).

A questo punto finite di salire le scalette e vi ritroverete in Corso Cardinale Rotelli.

Noi vi aspettiamo qui, vicino alla fontana; voi salite verso destra e perdetevi nei vicoletti di Corciano alta, assaporate il silenzio di questa parte della città e gustatevi la cura con cui i corcianesi trattano il loro paese.

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Tipica via corcianese
Ogni tanto potreste vedere due porte, una a fianco dell’altra, facenti parte della stessa casa; una delle due, più piccola e rialzata rispetto alla principale, è detta la “porta del morto”.

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La porta principale e a fianco la porta del morto rialzata
Tradizione vuole che da li passassero le bare, ma non credo che nel medioevo avessero tempo e denaro da investire nella costruzione di una porta da usare una volta sola nella “vita”. Più probabile è che la porta del morto servisse ad entrare nelle rimesse degli attrezzi o ad altri luoghi contigui alle case.

Quando sentite che il vostro spirito si sia riempito di “corcianità” scendete nuovamente alla fontana per proseguire il viaggio insieme.

Corso cardinale Rotelli ha una miriade di vie e viuzze che si possono esplorare, ognuna delle quali vi stupirà per una sua peculiarità (un lampione, una porta, una pianta, una signora del posto che sarà ben felice di raccontarvi qualcosa).

Vi consigliamo di imboccare  via del Girone e girare a sinistra, una volta che la via si incrocia con via Ballarini (il nostro è solo un consiglio, come sempre i più bravi esploratori del mondo siete voi).

Volgete lo sguardo a destra e in lontananza, se è una bella giornata, potrete scorgere la sagoma di monte Acuto.

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Monte Acuto al tramonto
Via Ballerini ad un certo punto si biforca; noi andiamo tutto a sinistra, oltrepassiamo un arco e ci ritroviamo in una piazzetta, il cui edificio principale è sede de comune di Corciano.

Il nostro giro è finito.

Volete sapere cosa abbiamo fatto noi? Una volta finito il giro, ci siamo guardati e abbiamo deciso di passare per tutte quelle strade che avevamo saltato.

Corciano è bella per quanto è piccola, per questo ci sembrava giusto godere di tutte le sue vie, allo stesso modo e indistintamente. Se anche voi farete il secondo giro, vi stupirete di quanto vi piacerà più del primo. A questo proposito, cercate via del Moro e imboccatela; sono presenti tantissime targhe, sia delle varie frazioni del comune di Corciano, sia degli avvenimenti storici più importanti… Molto suggestivo.

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Targa in cotto del comune di Corciano
Vi salutiamo citando un passo del libro “Viaggio in Umbria” di Averardo Montesperelli che, molto meglio di noi, riesce a trasportare i viaggiatori nella “corcianità”.

“(…) tutta la realtà di Corciano si conclude nelle sue case, nei suoi minuscoli giardini pensili, nella cinta delle sue mura, nella strada che corre sui suoi spalti. Il tutto è nel colore della bella pietra viva di Monte Malbe, con variazioni di verdi ciuffidi parietaria e di rossi gerani. É quanto basta a creare una realtà atta a conciliare lo spirito con se stesso. Girare per queste viuzze ritorte e assurde, comprese entro casette fasciate di tempo e di umiltà, cogliere l’idillio che ad ogni passo nuovamente sboccia fra pietra e fiore, sostare qua e la nei brevi e improvvisi slarghia contemplare la scoperta di uno scorcio scenico che si direbbe creato da una fantasia di finezza impensabile, è ciò che corciano offre ad uno spirito che sappia cogliere il valore dell’offerta, suscitando in esso risonanze di poesia.”

Averardo Montesperelli

Viaggio in Umbria (1963)

 

STAY WANDER

 

Panpepato – La Tradizione Ternana a Tavola

Ben ritrovati Wander Travelers. Nella settimana dei festeggiamenti di San Valentino, abbiamo pensato di proporvi una ricetta direttamente dalla tradizione gastronomica ternana: il panpepato.

Il Pampepato o Panpepato ternano, è preparato sin dal XVI secolo. Il dolce è arrivato in Italia dal lontano Oriente, con le carovane che trasportavano le spezie.

Poi, dato che quando si parla di cucina “Italian’s do it better”, abbiamo arricchito la ricetta originale con i magnifici prodotti della nostra terra come le noci, gli agrumi, un goccino di alcool, la cioccolata….

A Terni, per la preparazione del panpepato, utilizzano il mosto cotto, che viene imbottigliato appositamente per l’occasione, e che conferisce alla ricetta quella spinta in più.

Tradizione vuole che l’8 Dicembre in Italia sia il giorno deputato alla costruzione dell’albero. Frotte di papà (o di mamme molto molto coraggiose) scendono nei garage e risalgono (con aria trionfante, di chi è andato all’inferno e riuscito a sopravvivere) portando 40000 pacchi di luci, lucine, palle e l’immancabile abete di plastica.

A Terni, l’8 Dicembre è il giorno del panpepato (se avanza tempo si fa anche l’albero). La tradizione vuole che almeno un esemplare rimanga integro e venga consumato il 14 Febbraio, giorno in cui Terni festeggia il suo patrono San Valentino.

Siete pronti a preparare il panpepato?

La ricetta mi è stata data da Pietro, un ragazzo di Terni che gioca a rugby a Perugia. Pietro è andato da sua nonna che, come tutte le nonne, sono le vere enciclopedie della tradizione e della cultura popolare. Il nostro compito è quello di riversare in digitale il loro sapere orale. La signora Dina ci ha svelato la sua ricetta; da questo momento, diventate depositari di un sapere che si tramanda da generazioni nelle famiglie ternane, con piccole differenze tra ricetta e ricetta (ogni nonna ha la “sua” ricetta, quelle degli altri non sono buone come la propria).

Quello che più mi è piaciuto della ricetta è che non si ragiona “a persone”, ma a “noci sgusciate”.

Ingredienti per 500 gr di noci sgusciate:

  • Caffè 6 tazzine
  • Canditi 400 gr
  • Uva passa 600 gr
  • Miele 500 gr
  • Pinoli 100 gr
  • Nocciole 200 gr
  • Mandorle 200 gr
  • Cioccolata fondente (da sciogliere nel caffè) 900 gr
  • Cacao dolce 1 bustina
  • Vaniglia 4 bustine
  • Noce Moscata (a vostro piacimento)
  • Liquore (quello che più vi piace, ad esempio caffè sport, vermuth ecc..)
  • Mosto cotto 500 ml
  • Pepe 15 gr
  • Farina (quanto basta)

Mettere in ammollo (acqua tiepida) l’uvetta. Tritare grossolanamente le mandorle e le nocciole.

Successivamente, mescolare i canditi con l’uvetta, le mandorle, le nocciole e i pinoli. Aggiungere il cioccolato, il caffè, la vaniglia, il pepe e le spezie. Versare il miele (scaldatelo un po’ prima in modo da renderlo morbido) nel recipiente e mescolare. Contestualmente, aggiungere il liquore che avete scelto.

Dopo il liquore è il momento dell’ingrediente segreto; aggiungete il mosto cotto.

A questo punto aggiungere farina, in modo da amalgamare il composto. La farina serve a dare consistenza, quindi mettetene finchè la consistenza non è di vostro gradimento.

Una volta amalgamato l’impasto, formare delle palline e metterle in una teglia ricoperta con la carta forno (piccolo trucchetto: infarinate leggermente la carta prima di appoggiare le palline).

Cuocere per 15 minuti a 180° (controllate che la cioccolata si sciolga e acquisti un bel colore).

Una volta tirato fuori ricompattare le palline

Lasciate freddare e……….. il Panpepato è pronto per essere consumato.

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Panpepato

Buon Appetito!

Terni rende omaggio al suo patrono – San Valentino

San Valentino, la festa degli innamorati, la festa dell’amore passato, presente e futuro. Il giorno in cui è più facile dichiararsi, fare la proposta alla persona amata, condividere i progetti futuri, sognare l’amore eterno.

Il 14 Febbraio l’Italia e il mondo festeggiano il santo protettore degli innamorati; Terni festeggia il suo patrono.

Oggi Wander Travelers ci spostiamo al sud dell’Umbria per rendere omaggio a uno dei santi più importanti d’Italia. Pronti???

Let’s go!!!!!

Si hanno notizie frammentate e non del tutto confermate sulla storia di Valentino. Ci sono però dei punti ben chiari legati alla vita del santo.

Visse tra il 175 d.C. e il 273d.C. e la sera del 14 Febbraio 273 (alla tenera età di 97 anni) fu imprigionato, percosso e infine decapitato. La violenza della morte fece molto scalpore sia all’interno della chiesa sia tra il popolo, al punto che la sua devozione ebbe un’immediata diffusione nel mondo cristiano.

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San Valentino

Valentino apparteneva a una famiglia molto facoltosa, e fin da giovane età si dedicò allo studio delle varie correnti e idee religiose del tempo; il suo interesse fu catalizzato sulla nascente religione cristiana.

Lo studio lo prese talmente tanto che decise di dedicarsi alla divulgazione della fede cristiana. Valentino fu ordinato vescovo di Terni nel 197 da Feliciano (vescovo e patrono di Foligno) e subito si dedicò ai malati, ai poveri e ai bisognosi. La popolarità di Valentino risiedeva nella capacità di curare malattie incurabili, compiendo cosi innumerevoli miracoli.

Proprio per questo però, Valentino attirò più di un’antipatia, e finì con l’essere incarcerato più volte, durante le persecuzioni cristiane.

Passarono i secoli, e il 23 giugno 1605 furono compiuti degli scavi nella basilica a lui dedicata. Grande fu la commozione quando fu ritrovata un’arca marmorea, al cui interno furono riconosciuti i resti del santo, con la testa ovviamente staccata dal resto del corpo.

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Le reliquie di San Valentino, esposte sotto l’altare

Le reliquie furono deposte dento un’urna che fu collocata sotto l’altare della basilica, ancora oggi visibile.

Il culto di San Valentino crebbe a dismisura e varcò rapidamente i confini nazionali, già dopo il IV secolo. La celebrazione di San Valentino sostituì la festa pagana dei Lupercalia (dedicata al dio della fertilità Luperco) che si celebrava il 15 Febbraio e consisteva, né più né meno, in un’orgia sfrenata collettiva.

Numerose sono le leggende che ruotano intorno al Santo di Terni, e la più importante è sicuramente quella di Sabino e Serapia.

La giovane Serapia abitava in una piazza di Terni, l’attuale Piazza Clai.

Passando spesso da quelle parti un giovane centurione romano, di nome Sabino, l’osservò più volte, e se ne innamorò. Un giorno Sabino si fece coraggio, si presentò al padre e la chiese in sposa. La famiglia di lei, però, era contraria all’unione, dal momento che Sabino era pagano mentre loro erano di fede cristiana.

Allora Serapia chiese a Sabino di andare dal Vescovo, ricevere l’istruzione cristiana e farsi battezzare.

Sabino, per amore di lei, accettò.

Purtroppo però il destino riserbò a Serapia e Sabino una brutta sorpresa: Serapia era affetta da una forma di tisi molto grave. La malattia della figlia gettò la famiglia nella disperazione e distrusse Sabino.

Sabino chiamò Valentino e lo supplicò di impedire la morte della sua amata: la sua vita senza di lei sarebbe stata come un lungo martirio insopportabile.

Valentino, commosso per tanto amore, sposò i due ragazzi, e lì benedì. Subito dopo Serapia e Sabino morirono insieme abbracciati, in un’ideale stretta di amore eterno. Valentino per questo fu decapitato e, proprio da questo episodio, divenne il santo protettore degli innamorati.

San Valentino divenne ufficialmente il patrono di Terni, acclamato direttamente dal popolo, nel 1644.

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La basilica di San Valentino – foto di Valerio Clementi

Numerose sono le iniziative che ruotano intorno alla celebrazione del santo; la più importante è sicuramente la festa della promessa, che si svolge la domenica precedente il 14 Febbraio. Tantissime coppie di futuri sposi si recano a Terni per scambiare la loro promessa di amore e fedeltà, nella speranza di ricevere la benedizione del santo.

La basilica di San Valentino ha una storia lunghissima. Il primo edificio risale al IV secolo, e fu costruito sopra la tomba del santo. Fu distrutto e ricostruito più volte; l’ultima ricostruzione, quella attuale, terminò nel 1618 dopo la traslazione delle reliquie del santo. Da quel giorno milioni e milioni d’innamorati sono passati per la basilica chiedendo al santo di proteggere il loro amore.

Da quel giorno la città di Terni e il popolo ternano poterono rendere omaggio al suo più illustre personaggio.